La Melato interpreta Brecht

Ragazzi in bicicletta con hi pod, il giocattolo tecnologico che ha fatto la fortuna di Apple, che sfrecciano davanti a carretti e baracche, templi della più antica tradizione accanto a imponenti grattacieli, il tutto corredato di colori e suoni della realtà musicale cinese contemporanea. É questo lo sfondo di «L'Anima Buona di Sezuan» di Bertlolt Brecht interpretato da Mariangela Melato e rivisto, in chiave attuale, dalla regia di Elio De Capitani e Ferdinando Bruni. L’opera è in scena al Teatro della Corte dal 17 marzo al 9 aprile 2009, con la Compagnia Stabile del Teatro di Genova, che sarà in tournée a Napoli e a Roma in maggio, e a Milano addirittura nella stagione 2009/10. Con largo anticipo quindi, ieri, la presentazione dello spettacolo - che infatti è ancora in fase di «costruzione» - ma d'altronde si sa, il ritorno alle scene (genovesi) della Melato val bene la lunga attesa. Dopo la fortunatissima parentesi - o «vacanza», come l'ha definita lei stessa - del Musical «Sola me ne vo», l'attrice torna a teatro per questo dodicesimo spettacolo con lo Stabile, che con lei ha vissuto sedici anni di intensissima collaborazione, basti pensare a lavori come «Virginia Wolf», «La Centaura», «La Courage», «La Dame» di Feydeau, «Il Lutto» di O'Neill, «Makropulos» e «Il Tram» di Williams. «Torno a casa - ha dichiarato, solare, la Melato -. Una casa. il teatro - ha aggiunto -, che con i «classici» non tradirò mai, nonostante la recentissima e gratificante esperienza al di fuori delle scene tradizionali». Ma c’è anche la casa Genova, «una città - ha affermato l’attrice - dove ho sempre lavorato benissimo e dove mi trovo perfettamente a mio agio». Ritorno alla grande, dunque, quello di Mariangela Melato, ma anche di Brecht. É il settimo incontro per lo Stabile con il drammaturgo tedesco, un sodalizio che dura ormai da quarant'anni, con letture sempre aggiornate, un percorso «brechtiano» secondo soltanto, in Italia, a quello del Piccolo di Milano. E il riferimento all'Anima Buona non può che essere appunto lo spettacolo milanese firmato dalla regia di Giorgio Strehler. Ma come si preannuncia questo Brecht «genovese»? Bruni e De Capitani lo immaginano così, nella Cina contemporanea, un paese immenso con laceranti e palesi contraddizioni, dove ricchezze sterminate create all'ombra del comunismo convivono con situazioni di indigenza aberranti, dove all'opulenza sfacciata di pochi si contrappone la realtà agghiacciante delle inondazioni, del terremoto e del fango dei villaggi. Come può un'opera così «atemporale», rifugiata nella sua dimensione magica di favola, trovare una collocazione così forte, così «spudorata»? «Brecht ha tracciato una lucidissima e lungimirante immagine del mondo - hanno chiarito i registi -. Un mondo in cui essere buoni vuol dire essere perdenti o, ancor peggio, stupidi. Un mondo che costringe ad essere quello che non si è, ad indossare la maschera del predatore per pura autodifesa, per non soccombere, alimentando così questo mortale circolo vizioso di ipocrisia e falsità». Il personaggio di Shen-te diviene così l'immagine dell'uomo contemporaneo, che cerca di venire a patti con la sua parte cattiva, quella che paradossalmente costituisce la sua unica salvezza. Si legge nelle note di regia: «É sorprendente l'attualità e che vive in un dramma scritto più di mezzo secolo fa. Ecco perché si è scelta questa ambientazione: questa, in fondo, è la nostra realtà».