Ma il melodramma non si addice al «Commesso»

Giovanni Antonucci

La drammaturgia americana degli anni Cinquanta dilaga sui nostri palcoscenici, nonostante appaia sempre più datata. Anche Morte di un commesso viaggiatore, la pièce più felice di Arthur Miller, in scena al Teatro Quirino di Roma e in tournée, rivela i segni del tempo, con la sua struttura drammaturgica che mischia il flashback con il coro alla greca, il messaggio radiofonico con il realismo cinematografico. Lo stesso Miller ha parlato dell’influenza che ha avuto su di lui Ibsen, ma è un Ibsen lontano dalla tensione ideale che fa di lui il padre del teatro moderno. Morte di un commesso viaggiatore è, tuttavia, un testo coinvolgente. È il ritratto di un uomo qualunque, dalla vita normale, con una moglie devota e due figli, il quale per una debolezza che scopre dentro di sé, si perde e si uccide. La forza poetica del dramma è nel suo intimismo, nella sua atmosfera di sconfitta esistenziale, nel ritratto di un fallimento umano in una società positiva. Lo spettacolo, prodotto dal Teatro Stabile di Genova e dalla Compagnia Mario Chiocchio, è giocato dal regista Marco Sciaccaluga su toni da melodramma, in cui i risvolti più sottili sono soffocati da una recitazione oltre le righe, alla quale si sottrae Orietta Notari, una moglie di grande finezza. Un attore di talento come Eros Pagni ci dà saltuariamente la complessità del suo personaggio. Gianluca Gobbi e Aldo Ottobrino sono poco convincenti nel ruolo dei figli, mentre Ugo Maria Morosi conferma il suo professionismo nella figura di Charley.