Meloni: "C’è una nuova violenza più banale e più feroce"

Il titolare delle Politiche giovanili: "Chi urlava alla marea nera dopo la nostra vittoria si sbagliava"

Roma - Ministro Meloni, che cosa pensa di quello che è accaduto in questi giorni, torna la violenza giovanile?
«Ho qui La Repubblica con lo scoop di Bonini su “Ernesto” - così lo chiamano, ormai - il giustiziere del Pigneto, quello con il Che Guevara tatuato sul petto e l’araldo di famiglia antifascista ostentato con orgoglio mentre racconta il raid contro i negozianti indiani del Pigneto!».

E che cosa ne pensa?
«In quell’articolo c’è una meravigliosa lezione per il giornalismo, e anche per la politica. Tutti i fatti di questi giorni - dai roghi nei campi rom, agli scontri all’università - devono farci ripensare le lenti obsolete con cui i giornali, e spesso anche noi, guardiamo al mondo giovanile».

Da dove vuole iniziare?
(ride) «Permette una battuta, da voi, dai giornalisti. Dopo quattro giorni, in cui non si leggeva altro che cronache sul “vergognoso raid fascista” al Pigneto, e critiche al sindaco Alemanno abbiamo scoperto due balle colossali».

Quali?
«La prima: di “fascista” in quel raid non c’era proprio nulla. Il che non lo rende meno grave, ma forse più preoccupante».

E il secondo?
«Malgrado le critiche - tutte ingiuste! - Alemanno ha risposto come un sindaco civile, di qualsiasi parte politica: condanna ferma di ogni violenza, indipendentemente dalla matrice. Mi viene in mente uno dei miei libri preferiti».

Quale?
«Io sono leggenda: ne hanno tratto anche un film, ingeneroso per la verità... ».

Che cosa c’entra?
(sorride) «Conosce la trama? Robert Neville è l’ultimo umano, in un mondo spettrale, cacciato da feroci uomini-vampiro. Tutta l’umanità, nel giro di pochi giorni, è stata contagiata da un virus degenerato da una cura anticancro, che trasforma gli uomini in belve assassine».

Chi sono i nuovi vampiri?
«C’è stato un cortocircuito mediatico, per cui qualcuno si è convinto che Roma, e l’Italia sono state contagiate da un virus nero».

Ovvero?
«Fino a ieri eravamo una terra felice, governata dall’Ulivo... Poi, dopo la vittoria di Berlusconi, e - ancora di più - dopo quella di Alemanno, i buoni cittadini sono stati contagiati da una violenza cieca, feroce, dalla “marea nera” che acceca e rende mostri».

Questo per lei è frutto della propaganda di sinistra?
«È un cliché irresistibile! Ad alcuni fa comodo per motivi politici, ad altri per motivi sensazionalistici, ad altri ancora per pigrizia. Peccato che non sia la realtà».

E che cosa sta accadendo?
«Non siamo attrezzati, culturalmente direi, a gestire il ritorno di una nuova violenza: diffusa, endemica, molto spesso giovanile».

Quando nasce il virus?
«Molto prima che vincesse il centrodestra, ovviamente. Si è radicata in Italia una cultura di violenza banalissima, ma non per questo meno feroce. È quella che inizia in classe con i fenomeni odiosi di bullismo e prevaricazione, prosegue con le beffe ai disabili su YouTube, e talvolta finisce persino con la tragedia ignobile dello stupro».

Perché?
«È una violenza che colpisce i più deboli. Chi non si può difendere, le donne, i bambini. È - a volte - violenza fra minori, come spiega il raccapricciante caso della 14enne stuprata. È la scelta di chi non ha identità, o la perde, e crede di poterla affermare con la violenza. Anche per un effetto amplificatore dei media, in questo clima siamo immersi».

Lei vorrebbe la censura?
«Non mi passa nemmeno per la testa! Però - e ne farò un punto fisso del mio lavoro al ministero - vorrei che si raccontaste anche “il bene”: le storie dei tanti ragazzi eroici che fanno figli con stipendi precari o di fame, che scelgono il volontariato o l’impegno civile, che da ricercatori decidono di restare in Italia ben sapendo che avrebbero molte più opportunità all’estero perché vogliono mettere le loro competenze al servizio della loro Patria».

E questo che cosa spiega?
«Finché restiamo una nazione in cui c’è crescita zero e non si può mettere su famiglia, i giovani saranno condannati a restare adolescenti a vita».

Ma all’università era violenza politica, però.
«Politica, certo. Una telecamera a circuito chiuso ha ripreso l’accaduto. Gli inquirenti parlano di una rissa tra quattro ragazzi di destra e alcune decine di studenti di sinistra. Lo ha scritto, benissimo, il Riformista. Un episodio grave che deve essere condannato per quello che è. Mi è dispiaciuto vedere che diversi giornali hanno tentato di strumentalizzare l’accaduto distorcendo la realtà. Anche lì “assalto fascista”, ma all’università».

E il tifo violento?
«Ricorda la guerriglia urbana dopo il caso Sandri? Se la polizia avesse sparato a un ragazzo mentre governavamo noi... ».

Che avrebbero detto i media?
«Che eravamo diventati uno stato di polizia, probabilmente».

Il raid al Pigneto non è colpa del troppo martellare sui temi della sicurezza?
«È il contrario! Abbiamo messo al centro la sicurezza proprio perché il far finta che la questione non esista, ha prodotto forme inaccettabili di esasperazione autoassolutoria: “Siccome non ci pensa nessuno, faccio da me”».

E i roghi contro i campi rom?
«Lì - lo scrivono tutti - c’è lo zampino della camorra».

Che morale ne trae?
«Sono fenomeni diversi, ma con un comune denominatore: dal bullismo ai giustizieri del Pigneto, il filo che unisce tutto è il tasso di violenza e di esasperazione collettiva. La disperazione. Persino la camorra, dalle barricate ai roghi, cerca di intercettare questo filone e farsene interprete».

E che risposta dà lei?
«Chiudo con Pulp fiction? Bisogna “risolvere problemi”. Dare alla gente il modo di pagare i mutui. Togliere i rifiuti dalle strade. Combattere il degrado. Illuminare le periferie, aiutare i giovani per il lavoro e la famiglia. Ricomporre la frattura fra le generazioni, e finirla con l’idea antica, che arriva dritta dritta dagli anni di piombo, per cui l’avversario va demonizzato e criminalizzato».