Melville torna a mettersi la giacca bianca

Davide Brullo

La necessità aguzza l'ingegno. A trent'anni Herman Melville aveva già la barba da Matusalemme e pochi soldi in tasca. «Sono due lavori che ho fatto per soldi, essendovi costretto, come altri sono costretti a segare legna», scrive nel 1849 al suocero, Lemuel Shaw, un pezzo grosso, senatore in Massachusetts. Melville ricalca la stessa metafora in una lettera allo scrittore Richard Henry Dana, l'anno dopo: «Ho scritto questi libri interamente per lucro, a cottimo, come un tagliaboschi sega la legna». Fa riferimento a Redburn (1849) e Giacchetta bianca (1850), in cui si prefigge, con visionaria schiettezza, di narrare la vita marinaresca. Reduce dai viaggi polinesiani (pieni di fuochi d'artificio metaforici) durati l'oceano di tre libri (Typee, Omoo, Mardi), si scopre povero in canna. Che si fa? Decide di mettere a frutto le esperienze da lupo di mare. Dei due, Giacca bianca (così nella nuova traduzione di Livio Crescenzi per Mattioli 1885), da troppo tempo in esilio librario (la versione di Luigi Berti è stampata da Sansoni fino agli anni '70), è il libro più risolto. E si risolse in un successo. «Giacca bianca intende essere un libro educativo più che di intrattenimento, una cruda descrizione della realtà più che un romanzo», scrive un recensore dell'epoca sul Boston Post. Proprio così. Giacca bianca (è il soprannome dell'eroe che «al largo di Callao, sulla costa del Perù» si fabbrica un «camiciotto bianco di tela da vele») è un furibondo reportage, qualcosa di più prossimo ai libri di Naipaul e di Kapuscinski che di Dickens. Chi ama le avventure oceaniche troverà sale per le sue narici ma sono decisivi, soprattutto, i capitoli sulla fustigazione. Melville descrive, con sadica puntigliosità, il regime concentrazionario (e giustificato dall'ingiustizia) che si vive in nave: le punizioni corporali cui assistono i marinai voyeur, il sibilo della frusta, «la schiena di un bianco abbagliante percorsa da brividi» tracciata da verbose e indegne ferite. «Eccolo lì, un essere umano, denudato come uno schiavo e frustato peggio di un cane. E per quale motivo? Per faccende non certo criminali, ma dichiarate tali solo da leggi arbitrarie». Col senno dei decenni il libro, che obbligò il Congresso a bandire la pratica della fustigazione dalle navi che battevano bandiera americana, si rivela di prepotente modernità. È l'anticamera che prepara la scrittura di Moby Dick: con due ghinee in banca Melville, finalmente, riuscì a scrivere «quel genere di libri che si dice falliscono».