Memoria e disincanto di «Grisha»

Un volume monografico sull’apolide che si sentiva un po’ italiano

Al vostro servizio, al soldo di Indro Montanelli, Gregor von Rezzori scrisse per quasi dieci anni sulle pagine di questo giornale. Quando avviò la collaborazione - con l’articolo che pubblichiamo in questa pagina, uscito esattamente alla vigilia del suo 65º compleanno - era ormai lietamente approdato nelle lande del Chianti, nella magnifica villa di Donnini dove, accanto alla terza amatissima moglie, Beatrice Monti della Corte, visse per un trentennio la sua vivace terza età.
La Toscana offrì così l’ultima dimora allo spirito irrequieto che ancora oggi la discendenza dei nipoti, lo stuolo degli amici, la schiera degli ammiratori ricorda affettuosamente come «Grisha». E lui fino alla fine non seppe darsi requie: interrompendo continuamente il suo felice soggiorno italiano con lunghi viaggi all’estero: «In Grecia e a New York, a Vienna, Monaco, Parigi», ricorda Andrea Landolfi, curatore del bel volume monografico, biografico e corale Memoria e disincanto. Attraverso la vita e l’opera di Gregor von Rezzori (Quodlibet, pagg. 243, euro 18. Tra le voci, i germanisti Giorgio Cusatelli e Jacques Lajarrige, l’amico Claudio Magris e la signora Monti della Corte, i lettori letterati Zadie Smith, Mario Specchio e Volker Schlöndorff, l’editore Luigi Brioschi, che prima di Un ermellino a Cernopol ne ha pubblicato Tracce nella neve e Memorie di un antisemita).
Tutti posti bellissimi insomma, fino alla fine. «Stupendo, ma non è quello!», scriveva però sul Giornale. Il posto «suo», di fiero apolide, mai e poi mai sradicato, confina con il paesaggio descritto in questa pagina. Facendo centro su Bucarest, si poteva chiamare Romania: come il regno cui la sua famiglia, austriaca, scelse di appartenere dopo la Grande guerra e il crollo dell’impero absburgico. Puntando su Czernowitz (la città di Paul Celan e di Erwin Chargaff, poi Cernauti romena) è invece la Bukovina che, ricomparsa oggi sulla mappa dell’Europa, con la forza della sua nuova realtà nulla aggiunge né toglie alla forza magnetica irraggiante dai libri di von Rezzori.
Ma allora, che avesse il nome esotico di Metropolsk, capitale di Maghrebinia e centro gravitazionale delle sue Storie (le Maghrebinische Geschichten che nel ’53 diedero la fama al nostro autore), che fosse la sovietica Cernovcy, liberata con l’indipendenza di Ucraina, oppure la fantastica Cernopol, dislocata nella romanzesca Toskovina, comunque avrebbe conservato la sua solidità di «stabile colonia di nomadi». Confermato l’evanescente storicità di dominio fondato e affondato. Ex territorio dell’impero ottomano, ex ducato dell’impero austroungarico, ex Regno di Romania e repubblica dell’ex Unione Sovietica, terra via via di «daci, romani, gepidi, avari, pecenighi, cumani, ruteni, ungheresi, turchi, greci, polacchi, russi austriaci e tedeschi», è un posto troppo mutevole perché si possa ritrovarlo sulle cartine geografiche, troppo incantevole perché si potesse smettere di cercarlo.
Eppure von Rezzori vi affondava radici che, salde come quelle di un apolide, tese tra memoria e disincanto, gli portavano «nel sangue l’eredità intellettuale di tutto il mondo» e alimentavano la sua vena, la sua penna e la sua fertile fabulante fantasia. Estirparlo da lì non si sarebbe potuto. Si poteva tirare, tirare e tirare, strappare tutti i suoi fiori. Fino all’ultimo ne sarebbero spuntati di nuovi, a costo di fiorire per un giorno sulla carta del Giornale.