La memoria non ha tempo da perdere

Segni emotivi, lampi improvvisi, «déjà vu» abitano un mondo con codici propri

Un vecchio cavallo di battaglia del professore, durante la lezione su Sant’Agostino, era questo: «Allora che cosa è il tempo? Se nessuno me lo domanda, lo so. Se voglio spiegarlo a chi me lo domanda, non lo so più». Di colpo i bizzosi studentelli la piantavano di chiacchierare, si ricomponevano nel banco e provavano persino a pensare. Quel passo delle Confessioni frullava come una trottola nelle loro testoline che, poste di fronte alla limpidezza incontestabile della geniale ovvietà, ne restavano abbagliate. Tutti noi abbiamo esperienza, in ogni istante della vita, di quanto soggettivo sia lo scorrere del tempo. Per restare alle memorie liceali, i sessanta minuti del compito in classe di matematica non hanno la stessa durata dell’ora di ginnastica. Eppure sono esattamente la stessa cosa. Ma che cosa sono?
Douwe Draaisma non è folle al punto da porsi una domanda simile. Preferisce cercare di capire come funziona il tempo, cioè come (consapevolmente o meno) lo usiamo visto che, qualunque cosa sia, uno solo è l’arnese con cui lo modelliamo a nostra immagine e somiglianza: la memoria. A questo attrezzo che ci accompagna sempre e ovunque, nella buona come nella cattiva sorte, lo psicologo olandese ha dedicato un brillante saggio: Perché la vita accelera con l’età (Marsilio, pagg, 326, euro 18). La triste realtà del titolo viene mitigata dal sottotitolo: Come la memoria disegna il nostro passato. Che però nell’originale suona Over het autobiografische geheugen, «Sulla memoria autobiografica». È infatti quest’ultima, la memoria autobiografica (cioè, dice Draaisma, «la parte della nostra memoria in cui registriamo quello che ci capita») al centro del libro. Quindi non il casellario che ospita risposte a domande del tipo “come si chiamava la moglie di Socrate?” o “quanti sono i componenti del Parlamento italiano?”.
La citazione (da Rituali) di una gloria letteraria olandese, Cees Nooteboom, all’inizio del primo capitolo, risveglia l’attenzione dell’ex bizzoso studentello, perché fa un po’ pensare a Sant’Agostino: «Il ricordo è come un cane che va a stendersi dove gli pare». Il ricordo ha, come il cane, una sua personalità, una sua volontà. Non salta fuori a caso come una carta dal mazzo del prestidigitatore. Per cercare di capire come funziona la memoria autobiografica, spiega Draaisma, dobbiamo anzitutto riconoscerle «una volontà propria».
Esaminando una ricca casistica dei primi ricordi dell’infanzia, lo psicologo ucraino Pavel Petrovich Blonsky (1884-1941) chiamò «fattori mnestici» gli elementi scatenanti il ricordo, con paura e dolore ai primi posti. Il fattore mnestico, insomma, imprime con estrema forza il ricordo nella memoria. Ad allargare il campo su cui la memoria estende il proprio dominio possono concorrere poi i flashbulb memories, i «ricordi lampo» studiati da Brown e Kulik: quando riceviamo una notizia che ci colpisce particolarmente (nascita di un figlio, rottura con una fidanzata...), la nostra memoria immagazzina non soltanto la notizia nuda e cruda, ma anche ciò che “le sta intorno” (le sedie della sala d’aspetto al reparto maternità, la faccia del cameriere del ristorante dove avvenne il litigio decisivo...).
Ad accrescere il patrimonio della memoria contribuiscono dunque molte “entrate” di varia natura. Ma la memoria gioca brutti scherzi non soltanto agli anziani, i quali diventano “presbiti” nel ricordo, oltre che nella vista, rammentando bene i fatti lontani e male quelli vicini. C’è anche la memoria “mostruosa” degli idiots savants, cioè delle persone vittime e prigioniere di facoltà straordinarie. Un solo esempio. Jedediah Buxton (1702-1772) era un prodigioso calcolatore. Un giorno lo portarono a teatro ad assistere al Riccardo III di Shakespeare. E a chi poi gli chiese se aveva apprezzato lo spettacolo risultò evidente che egli del dramma non aveva capito nulla. In compenso sapeva dire di quante parole l’opera era composta. Il caso di Buxton è emblematico. Gli idiots savants paiono concentrare tutte le loro energie mentali su una limitata porzione della realtà (brani musicali ascoltati una volta e ripetuti senza sbagliare una nota, disegni che riproducono alla perfezione chiese viste in passato...) trascurando tutto il resto.
È il caso dell’Ireneo Funes di Borges. Nel racconto Funes, o della memoria questo povero ragazzo, travolto da un cavallo, rimane paralizzato. Sta tutto il giorno adagiato sulla sua branda. E ricorda. Ricorda assolutamente tutto. Scrive Borges: «Noi, in un’occhiata, percepiamo: tre bicchieri su una tavola. Funes: tutti i tralci, i grappoli e gli acini d’una pergola. Sapeva le forme delle nubi australi dell’alba del 30 aprile 1882, e poteva confrontarle, nel ricordo, con la copertina marmorizzata d’un libro che aveva visto una sola volta, e con le spume che sollevò un remo, nel Rio Negro, la vigilia della battaglia di Quebracho. \ Poteva ricostruire tutti i sogni dei suoi sonni, tutte le immagini dei suoi dormiveglia». Non solo la memoria di Ireneo è illimitata, gli è anche sempre presente. Non è lui che la va a cercare. È lei che lo tormenta senza sosta, facendogli scorrere davanti agli occhi della mente un’immagine dietro l’altra. Provate a figurarvi la crudeltà di questa tortura...
Non sono torture, ma ci colpiscono a sorpresa nell’intimo lasciandoci senza parole i piccoli buchi neri dei déjà-vu: le situazioni che giureremmo di aver vissuto nello stesso, identico modo. Diverse sono le teorie che tentano di spiegarli. Quel che è certo è che, sintetizza Draaisma, «traggono la loro origine da tre illusioni. Danno la sensazione di essere un ricordo ma non lo sono, ci fanno pensare di sapere quello che sta per accadere mentre in realtà non siamo in grado di prevedere proprio niente e suscitano una paura vaga che poco dopo si rivela del tutto infondata».
Ma se la memoria è qualcosa che vive, allora nasce, cresce, matura, decade e muore come ogni vivente. «Più la clessidra è vecchia, più la sabbia scorre veloce», scrive Draaisma. E ancora: «Un rallentamento oggettivo (pensiamo al lento incedere di un vecchietto, ndr) crea un’accelerazione soggettiva (a quel vecchietto sembra che i giorni scappino via velocissimi, molto più veloci di quanto non appaiano al suo figlio cinquantenne o al suo nipote ventenne, ndr)». La sabbia della nostra clessidra non è materiale, ma psicologica: le ultime 200 pagine di un libro di 400 pagine che ci piace ci sembrano meno delle prime 200... Per questo, forse, a chi ha visto la morte in faccia e l’ha scampata capita di riferire l’esperienza più choccante: in pochissimi secondi, a volte ne bastano due o tre, tutta la vita ti scorre davanti alla mente come in un film. È impossibile fare a meno delle metafore per spiegare ciò che si sente, ciò che si sa (come Sant’Agostino sa il tempo, quando nessuno glielo chiede). E Draaisma ne sfodera una illuminante: «La coscienza è un teatro con un solo posto a sedere e su ciò che viene rappresentato nel teatro di un altro abbiamo solamente informazioni di seconda mano».
Il filosofo e psicologo francese Jean Marie Guyau (1854-1888) ha fatto di più. Ci ha dato un “modello” che coniuga tempo e spazio. È il modello della prospettiva. «Il tempo esisterà - scrive in La genesi dell’idea di tempo - soltanto quando gli oggetti si saranno disposti lungo una linea, in modo tale che ci sarà un’unica dimensione, la lunghezza. \ L’avvenire non è ciò che viene incontro a noi, ma ciò verso cui tendiamo. \ Non possiamo concepire il tempo che da un punto di vista presente, dal quale ci rappresentiamo il passato indietro e il futuro in avanti. Ma questo punto di vista è sempre qualche scena nello spazio, qualche evento che è accaduto in un luogo materiale e esteso. La nostra rappresentazione del tempo, la nostra raffigurazione del tempo, è a forma spaziale». Cominciamo il cammino gattonando ai piedi della mamma e lo terminiamo appoggiandoci a un bastone. Andiamo verso le cose del mondo, alcune ce le lasciamo alle spalle, altre non le raggiungeremo mai. In ogni caso, siamo responsabili e unici possessori della nostra prospettiva. E, se volgiamo idealmente lo sguardo all’indietro, lo spazio cede il passo al tempo e al rimpianto. «Ricordarsi, per l’essere che riflette, è molto spesso essere vicino al soffrire. L’idea di passato e di avvenire non è solo la condizione necessaria di ogni sofferenza morale; ne è anche da un certo punto di vista, il principio».

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