La memoria a singhiozzo su Moro

Grande festa sulla stampa di sinistra (Unità in testa, a seguire Repubblica) perché Giovanni Galloni, uomo della vecchia Dc, già vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, ha raccontato su una rete televisiva che Aldo Moro, trentacinque anni fa e dunque poco prima di essere catturato, interrogato, torturato e ucciso, di sapere che i servizi segreti americani e quelli israeliani avevano infiltrato le Brigate rosse con loro agenti. Perché mai Galloni si sia ricordato questo dettaglio soltanto adesso è un mistero nel mistero, ma il punto è: con una tale rivelazione incontrollabile viene di fatto rilanciata la falsa tesi (il Kgb chiamò «Shpora» sperone, questa operazione di disinformazione) secondo cui la Cia per ordine di Kissinger fece uccidere Moro usando le Brigate rosse per eliminare l’uomo che stava portando al governo il Pci di Enrico Berlinguer.
Le sinistre italiane, politiche e giornalistiche, hanno poteri formidabili: riescono a far credere che l’aereo di Ustica fu abbattuto da un missile americano, riescono a far credere che la pista bulgara nell’attentato a Papa Wojtyla fu fabbricata da una losca combriccola di piduisti e mafiosi e a rilanciare la tesi di Moro ucciso sotto gli occhi complici della Cia e già che ci siamo anche dal Mossad. Ora, noi non sappiamo se e quanti servizi segreti infiltrarono loro agenti nelle Br, così come nella Raf tedesca e in Action Directe in Francia. Il mestiere dei servizi segreti è quello di fare intelligence e dunque questa pretesa rivelazione improvvisa di Galloni da una parte non rivela nulla e dall’altra rappresenta un caso di gravissima scorrettezza: l’insigne uomo politico quel che sapeva doveva dirlo subito e in maniera completa ai magistrati e alla Commissione parlamentare che lo ha audito. Dunque la domanda ineludibile è: che cos’è che spinge Galloni alla vigilia della campagna elettorale a tirar fuori un’informazione che ha soltanto lui, incontrollabile e strumentale? Galloni del resto afferma anche una cosa certamente falsa: e cioè che mentre per il caso Moro gli americani non collaborarono ad individuare il luogo della sua infernale prigionia, quando invece «poche settimane dopo» fu rapito il generale Dozier «le prigioni furono trovate nel giro di quindici giorni».
Galloni bara: Dozier non fu rapito dopo poche settimane ma dopo quasi quattro anni, cioè quando le Br erano in disfatta e quella fu la loro ultima impresa. Perché Galloni oltre ad esercizi di memoria tardiva gioca anche con le date? Anche noi ricordiamo alcuni passaggi di questo delitto non risolto (chi e perché volle catturare Moro con la più professionale operazione di commando del dopoguerra per interrogarlo con un canale di posta prioritaria in entrata e in uscita?) e che Aldo Moro non voleva nella maniera più assoluta i comunisti dentro il governo perché gli alleati della Nato non intendevano condividere segreti militari con il più potente partito comunista occidentale. Moro lo spiegò anche ad Eugenio Scalfari poco prima di essere rapito e il direttore di Repubblica lo raccontò a tutti noi: i comunisti, diceva Moro, possono far parte della maggioranza programmatica e non politica, avere onori e presidenze, ma non entrare in un governo di coalizione finché il pericolo sovietico è reale e militare (Scalfari pubblicò il 14 ottobre 1978 l’intervista ripetendo in buona sostanza di quel che aveva raccontato a voce, ma con toni sapientemente sfumati).
Henry Kissinger ha ripetuto recentemente che Aldo Moro era considerato negli Stati Uniti una sicura garanzia contro la partecipazione organica dei comunisti al governo. Inoltre lo studente Sergej Sokolov era costantemente dietro Aldo Moro e si eclissò la mattina del rapimento per ricomparire col grado di capitano del Kgb a Teheran insieme a Vladimir Kuzichkin, l’uomo che istruì Agca prima di fuggire in Inghilterra. E poi, ricorda Galloni?, durante il rapimento Moro sparirono dalla cassaforte del ministro della Difesa le carte Top Secret sulla Gladio e per puro caso l’interrogatorio di Moro verteva sulla Gladio e le difese contro una invasione sovietica. E sempre durante i giorni dell’interrogatorio di Moro, il vecchio dirigente comunista Giorgio Amendola andò il 4 maggio del 1978 a supplicare l’ambasciatore sovietico affinché i cecoslovacchi non procurassero guai ai comunisti italiani a causa dei loro rapporti storici e notissimi con i rapitori di Moro. Vorremmo sapere se l’onorevole Galloni, cui è tornata la memoria, ricorda anche questi pochi dettagli.