Memorie del bandito Jess «La mia vita avventurosa»

Quando furono presi i rapinatori di via Osoppo, la «banda delle tute blu» che il 27 febbraio 1958 aveva messo a segno il colpo più celebre del dopoguerra milanese, Indro Montanelli scrisse: «Ufficialmente tutti scrivono, proclamano che sono contenti, anzi entusiasti del fatto che i criminali sino stati smascherati in modo tale da togliere a chiunque la voglia di imitarli. Ma sotto sotto, senza osare dirlo o dicendolo a bassa voce, la maggioranza tifava per i rapinatori ed è rimasta male quando ha appreso la notizia dell'arresto». E il giornalista vedeva nel fascino moderno, «americano» dell'impresa, un'attrattiva irresistibile per un paese che nella modernità ancora non riusciva a sbarcare.
Ora, di quella rapina e di quegli arresti, arriva una ricostruzione inedita. Di parte, perché viene da uno dei suoi autori. Ma, per lo stesso motivo, vivida e polemica. E lancia accuse terribili sui metodi con cui la polizia milanese arrivò a risolvere il caso. «Il ragazzo di via Padova, vita avventurosa di Jess il Bandito», è però anche altro: è una cavalcata rapida, e a volte tumultuosa, nella Milano di quegli anni, nella città che usciva dall'incubo della guerra, e in cui i reduci di entrambi i fronti della guerra civile spesso scivolavano nella malavita comune. «Jess», ovvero Arnaldo Gesmundo, veniva da quel percorso. Era nato in via Beretta, che oggi si chiama via Arquà, nel 1930. E appena quattordicenne aveva conosciuto l'arresto e le violenze dei militi neri della «Ettore Muti».
Ma fu niente, scrive nelle sue memorie - redatte insieme al giornalista Matteo Bandiera, e pubblicate dalle edizioni Milieu - rispetto a quanto gli toccò subire nei locali della questura di Milano, quando - al termine di una caccia all'uomo che aveva portato in città cinquemila poliziotti - era stato fermato. E «Jess» tira in ballo due leggende della questura milanese: il commissario Mario Nardone e il maresciallo Ferdinando Oscuri.
«Mi condussero in un ufficio con un funzionario che conoscevo più per fama che di persona, il commissario Mario Nardone, Si presentò in modo educato, mi mise al corrente delle mie accuse emi domandò cosa avessi da dire. Risposi: "nulla". Subito, una specie di gigante che mi stava alle spalle chiuse le mani con violenza sulle mie orecchie e mi face cadere dalla sedia. Ebbe inizio un pesatggio vero e proprio, che durò per più di due settimane. Questo signore in borghese, grande e grosso, ormai defunto, era il brigadiere Ferdinando Oscuri. Definito un onesto servitore dello Stato, fu il principale mio picchiatore. Con le sue botte, quasi non sentivo quelle degli altri. Ci fu un momento in cui simulai di perdere i sensi. Allora, con insulti e ingiunzioni a non fingere, mi fecero inieizioni attraverso i panatloni e quando venivo colpito nel fondo schiena provavo un dolore atroce. Dopo ore di questo trattamento, mentre io negavo ogni cosa, mi riportavano in cella ma solo per poco tempo. Poi mi riprendano e ricominciavano con domande e pestaggi. Non camminvo più, mi spostavano sorreggendomi in due (…) Ancora botte e uno sputo in viso. Fu peggio di quanto passai da ragazzo nella caserma fascista della Ettore Muti».
E «Jess» confessò.