Memorie dall’atelier «Ma oggi Milano ha perso l’eleganza»

Al primo piano dell'atelier di Raffaella Curiel, una decina di sarte lavorano da settimane con il pensiero rivolto alla prima della Scala. Fra corpini ricamati a mano e lunghe gonne in chiffon, si respirano il fermento e l'eleganza di un tempo. Quando nel foyer del Piermarini la sera di Sant'Ambrogio si incontravano Grace Kelly e Ranieri di Monaco. Quando l'etichetta imponeva smoking e abito lungo. Quando «c'era l'entusiasmo di partecipare a un evento lirico, culturale e mondano che iniziava dal foyer e finiva con il doposcala al Savini o al Biffi Scala. Ed era anche un modo di soddisfare la curiosità: si vedevano gli attori e i grandi personaggi stranieri», racconta la signora Curiel, la stilista-sarta di alta moda più amata dal jet set femminile che non si perde mai una prima.
Erano gli anni '50 e '60, e allora le signore dell'alta società milanese per scegliere abiti dai tessuti preziosi e il taglio deciso andavano in San Babila, nell'atelier di Gigliola Curiel, la mamma di Lella (da lei ha ereditato la passione per gli abiti da sera, trasmettendolo a sua volta alla figlia, che porta il nome della nonna e fa la stilista). «Allora c'era un'altra eleganza. Oggi Milano ha perso lo smalto, siamo nell'epoca della decadenza del buon gusto». Si può permettere di dirlo Lella Curiel, che nel '61, giovanissima, già accompagnava la madre alla Scala. Che ha continuato a frequentare la platea del Piermarini anche quando, nel '70, è diventata stilista di alta moda e di pret a porter. E che da anni, nella sua boutique-atelier di corso Matteotti, confeziona le mise più chic («sempre in lungo: il corto lo sconsiglio») del foyer scaligero. «Il periodo meno elegante? Per me è stato quello di Muti (direttore musicale della Scala dal 1986 al 2005 ndr), che ha permesso alla gente di andare alla Scala senza cravatta! Poi è arrivato il minimalismo, lo stile shabby chic, un certo modo di vestire per sembrare giovani e alla moda a tutti i costi: niente di più sbagliato. La globalizzazione della società ha fatto il resto, rendendo tutti uguali». Per fortuna ora «Lissner sta risollevando le cose».
Centinaia di opere («la mia preferita è il “Don Giovanni” di Mozart»), migliaia di donne vestite, e un centinaio di signore nella sua personale agenda scaligera. «Una volta arrivavano già a settembre a scegliere tessuti e modelli, ora si presentano dieci giorni prima». Per fortuna le collezioni da sera sono già disegnate da tempo. Quest'anno c'è molto nero, il colore dell'abito scelto da Iris Ermolli, il colore dell'eleganza per Lella Curiel, ma anche il colore che meglio contraddistingue le milanesi, «che con il loro snobismo sono abituate a nascondere il lusso». Ma ci sono anche il rosso rubino (che indosserà Hedda Urbani), il fucsia (Marta Brivio Sforza), l'oro (Laura Morino Teso) e il cammello, il verde ottanio (Eva Leitgeb) e persino le stampe animalier. Poi c'è la collezione haute couture che ha sfilato ad AltaRoma, ispirata alle arti figurative del Giappone, come il kimono scelto da Marta Marzotto. Quando ce li mostra, gli abiti prendono vita, d'altra parte a lei basta toccare un tessuto per immaginarsi un vestito.
Con i suoi abiti preziosi e la sua innata classe, Lella Curiel ha attraversato i tanti cambiamenti del Piermarini. «Negli anni degli Arcimboldi avevo smesso di frequentare la prima. Poi ci sono tornata e ci torno anche quest'anno. La Valchiria? A me, che sono di origini mitteleuropee, piace molto, ma dura troppo: molti si annoieranno», dice ricordando che l'anno del suo debutto a una prima, Gavazzeni dirigeva Verdi: «Avevo 18 anni, e un abito bianco e rosa della mamma», anche se aveva già disegnato la sua prima collezione. «Da allora sono andata a più di 20 prime».