Memorie del lungo viaggio di otto alpini allo sbaraglio

«Non ho mai saputo chi fosse la donna che mi ha salvato. La seguono, se è viva il mio ricordo, se morta le mie preghiere»

È morto recentemente a Genova il Conte Dr. Giulio di Carpegna Varini, penultimo dei protagonisti della narrazione che segue. L'ultimo superstite sono io. Dopo l'otto Settembre 1943, ad Aosta venne ricostituito il 4° Regg.to Alpini, con - almeno, sulla carta - i tre battaglioni tradizionali: «Aosta», «Ivrea», «Intra». Preciso (a scanso di equivoci, con conseguenti polemiche, già scatenatesi in passato) che questo «4° Alpini» non ha nulla a che vedere con quello successivamente ricostituito nel 1944 con gli elementi addestrati in Germania, formato dai battaglioni «Varese», «Bergamo», «Edolo» ed incorporati nella Divisione «Littorio». Torniamo ad Aosta. Il Reggimento era comandato dal Col. Pietro Cremese, con il Magg. Del Monte, di Trieste, quale Aiutante maggiore. Io vi approdai nel Gennaio '44, dopo un mese di permanenza alla Caserma «Passalacqua» di Tortona, in cui erano stati istituiti due corsi di riaddestramento, uno per ufficiali ed uno per sottufficiali. Ad Aosta fui teoricamente assegnato alla 37ª cp. Del Btg. «Intra», ma, di fatto, mi fu affidata la ricostituzione della Compagnia Comando reggimentale. Nel mese di Marzo gli alpini presenti alla caserma «Testa Fochi» vennero inviati a Vercelli per essere addestrati in Germania; essi sarebbero poi tornati in Italia con le Divisioni «Monterosa» e «Littorio». Alla «Testa Fochi» rimase la forza deposito: circa 400 uomini, inoltre, per ogni compagnia, fu lasciato ad Aosta un ufficiale od un sottufficiale, con l'incarico di raccogliere, al loro rientro, gli alpini in licenza e raggiungere, con loro, i reparti già partiti. Si dà il caso che la mia compagnia non avesse alcun elemento in licenza, ma - con l'incongruenza tradizionale della naja - gli ordini non si discutono e si debbono, comunque, eseguire. Fu così che io ed il mio collega ed amico d'infanzia Bruno Ottavi ci giocammo, con una monetina, a «testa e croce», chi sarebbe dovuto rimanere, Venne «testa» («Griffo», nel nostro dialetto genovese) e vinsi io, rimanendo così ad Aosta ad aspettare i miei inesistenti alpini in licenza. Restai conseguentemente, per oltre un mese, in caserma a non far nulla ed a coltivare amicizie in città, sinché non mi imbattei nel colonnello Cremese, il quale si informò - meravigliato - sui motivi della mia presenza. Alla mia risposta («Aspetto gli alpini della mia compagnia, in licenza») mi fece un cazziatone e mi spedì nell'ufficio del Maggiore Del Monte, del quale divenni l'aiutante. Ed arrivò il mese di Giugno.
Come scrisse in un suo articolo il veterinario di Caluso (TO) S. Ten. Giuseppe Morello, mio compagno di corso A.U.C., «Antonio Sulfàro - credo per l'unica volta in vita sua - è ricoverato in infermeria. A sentire lui, è sua nonna Domenica, amica di tutti i santi ad intercedere in suo favore nei momenti giusti». E, infatti, arriva una strabiliante notizia dal corpo di guardia: i tedeschi hanno circondato la caserma «Testa Fochi» (nella quale sono acquartierati anche i Moschettieri delle Alpi) e disarmano tutti gli alpini. I motivi di tale comportamento, da parte di coloro che sarebbero dovuti essere nostri alleati, restano tutt'ora oscuri, nonostante i tentativi postumi di inventare motivazioni confacenti alla vulgata resistenziale. Io esco dall'infermeria, raduno la mia roba (divisa, sci, cassetta d'ordinanza) e convinco un Moschettiere delle Alpi a portarmi il tutto presso un'impiegata dell'antistante Casa Littoria, mia amica. Per questo motivo, nel corso dei successivi avvenimenti, sarò l'unico protagonista in abiti borghesi. Abiti borghesi che mi consentono, poco dopo, di uscire dalla caserma salutando romanamente la sentinella tedesca e rifugiarmi, al di là della strada, presso la mia amica della Casa Littoria. Riprendo ancora il racconto di Giuseppe Morello: «consegna la sua roba ad un Moschettiere delle Alpi (Corpo franco che ha libertà di circolazione) pregandolo di portarla ad un'impiegata della dirimpettaia Casa Littoria con la quale ha del tenero; poi, con uno stratagemma, esce in borghese. Trascorre il pomeriggio con lei, osservando dalla finestra quello che accade in caserma. Ma alla sera non resiste più. Lascia la bionda in lacrime, scende e si presenta allo strabiliato Maggiore delle «S.S.» italiane. «Voglio dividere la sorte dei miei Alpini» dice. E si riconsegna prigioniero. L'indomani mattina tutti gli Alpini vengono portati alla stazione ed imbarcati in vagoni bestiame piombati e sigillati. L'unico piccolo finestrino rettangolare dei vagoni, davanti, in alto, a destra, viene fermato con un filo spinato. Con quel poco tedesco che mastico, mi rivolgo ad un Gefraiter lamentandomi perché il finestrino non si riesce ad aprire: mi risponde con una risata e si allontana senza applicare il filo spinato, consentendoci, così, durante la trasferta, di aprirlo, respirare e sbirciare all'esterno. Il treno - con due locomotive - ha tra le locomotive ed i vagoni, due pianali con un carro armato ciascuno. Nei pressi di Chivasso il treno si ferma. Cambio dei custodi. Veniamo presi in consegna da un reparto di «S.S». Uno «Sturmschasfüürer», col teschio sul berretto nero, ispeziona i vagoni e impreca infuriato quando trova qualcuno in possesso di armi. Da quello che riesco a capire, egli ha ricevuto l'ordine di far fucilare tutti coloro che ne siano trovati in possesso. Io ho in tasca due bombe a mano ed una «Berretta 9». Mi ritrovo, così, in aperta campagna, allineato con le spalle ad un muraglione assieme a circa una dozzina di commilitoni, fra i quali Maurilio Salomone di Torino. Davanti a noi si schierano due righe di «crucchi» in armi che hanno tutta l'aria di un plotone d'esecuzione. La giornata, limpidissima, con nuvole bianche sparse, mi è rimasta talmente impressa che potrei dipingerla tale e quale. Una lucertola, sul muro, attrae la mia attenzione e mentalmente le suggerisco di allontanarsi per non fare, anche lei, la stessa nostra brutta fine.
Quale è l'ultimo pensiero di un condannato a morte? Per quanto mi riguarda, sto assurdamente meditando sull'eventualità che mi concedano una decorazione alla memoria. «E chi dovrà portala? Mio padre? E, se del caso, dove dovrà metterla? A sinistra o a destra della giacca?». Altro pensiero: «Quando spareranno non farò neppure a tempo a gridare “Viva l'Italia”, perché arrivato a “Viva l'It” sarò già morto». E qui così scrive il S. Ten. Morello: «incomincio anch'io a credere nella nonna di Sulfàro». Infatti, da una nuvola bianca spuntano due «Spitfire» che iniziano a mitragliare. Scrive sempre il Morello: «un po' di caos, poi i tedeschi, efficientissimi, ci reimbarcano velocemente sul treno e si riparte». Arriviamo nei pressi di Milano dove è allestito un campo di concentramento, Alcuni dicono che sia in località «Bicocca», per altri era altrove. Io non ricordo; rammento, però, la rete di recinzione ed il fossato che circondavano il campo, nonché le costruzioni basse e bianche per l'alloggio dei prigionieri.
A ciascuno di noi viene consegnato un piastrino discoide numerato ed io divento il Sig. «Achtunderfünf» (ovvero: Ottocentocinque). I soldati che ci prendono in consegna sono militari della «Flak», l'antiaerea tedesca, quasi tutti altoatesini, i quali, ovviamente, capiscono e parlano la lingua italiana. Giulio Di Carpegna ed io elucubriamo progetti per un'eventuale evasione, alcuni dei quali (visti oggi) addirittura assurdi, ma da noi presi in seria considerazione. Ad esempio: abbiamo notato che nel campo entrano, unici estranei, un rullo compressore (macchina schiaccia pietre, per intenderci) ed il triciclo di un gelataio (che porta i gelati agli ufficiali tedeschi) con un enorme contenitore bianco, il cui muso assomiglia al cofano della Fiat 1100 E. Scartando la possibilità di impadronirci del rullo compressore, studiamo seriamente un progetto (del quale, oggi, non so se sorridere o vergognarmi) consistente nell'uccidere il gelataio, gettarne il cadavere nel fossato coprendolo con i gelati (così da ritardarne la decomposizione e l'odore) nascondendo uno di noi nel grosso contenitore, indossando, l'altro, la giacchetta bianca del gelataio ed uscire dal campo pedalando. Per non farci capire dai nostri carcerieri parliamo in genovese. I nostri progetti, fortunatamente, vengono vanificati dalla decisione di trasferirci tutti in Germania, con destinazione, ci dissero, Dachau. E rieccoci nuovamente sui vagoni bestiame piombati e sigillati.
Alla stazione di Lambrate, con il convoglio in sosta, avviene una specie di miracolo: la popolazione milanese, accorre in massa, portando - in quei tempi di fame - pane, latte, uova, acqua, vino ed altri generi alimentari, ai quali qualcuno ha frammischiato arnesi atti allo scasso.
I tedeschi hanno consegnato, a ciascuno di noi, due fette di pan di segala (umido, marrone scuro e maleodorante) con un po' di pasta d'acciughe, o qualcosa di simile e, per ogni vagone, un otre d'acqua. Non so bene come, ma Francesco Barberis di Ivrea (altro mio compagno di corso A.U.C.) riesce a prendere contatto con alcuni ferrovieri i quali consigliano di tentare l'evasione prima di Verona, nei pressi di Lonato, dove il treno, rallenterebbe leggermente. Quando lasciamo Milano, le notizie di «radio scarpa» danno un numero di circa 400 alpini prigionieri (plausibile con la forza presente alla «Testa Fochi») con l'aggiunta di 200 carabinieri. Questi ultimi, per la verità, io non li ho visti; so soltanto che li dicono rinchiusi negli ultimi vagoni. E qui, permettetemi una digressione.
In ogni vagone siamo rinchiusi - più o meno - in una trentina. Se, come raccontano ad Aosta le vulgate resistenziali, gli alpini deportati fossero stati duemila, per trasportarli sarebbero occorsi 2.000 : 30 = 66,66; cioè 67 vagoni, più 200: 30 = 6,66, ovvero 7 vagoni per i carabinieri; più 1 vagone (almeno) per gli ufficiali tedeschi; più 1 vagone (almeno) per la truppa tedesca; più 2 pianali con i carri armati; più due locomotive. Cioè un totale di 78 vagoni e due locomotive, il che costituirebbe un'evidente ed impossibile esagerazione.
Verso Lonato, l'alpino Piero Bonetti tenta di scardinare un asse del pavimento con l'intenzione di evadere da quel buco, ma la terrorizzante vista delle pietre e delle traversine che scorrono sotto l'apertura fa sì che il progetto venga abbandonato ed il buco usato come gabinetto. Con un passa parola (che non riesco ancora a capire come abbia potuto avverarsi) decidiamo, in due vagoni diversi, di usare gli arnesi da scasso e scardinare i chiavistelli. Aperti i vagoni (è una mezzanotte senza luna) affrontiamo l'evasione saltando dal treno in corsa.
Ecco i nomi degli organizzatori dell'evasione: Francesco Barberis di Ivrea, Piero Bonetti di Aosta, Giulio di Carpegna Varini di Genova, Goliard (non ricordo né il nome di battesimo, né la città d'origine) Giuseppe Morello di Caluso (TO) Sergio Sacchero di Ivrea, Maurilio Salomone di Torino, Antonio Sulfàro (il sottoscritto) di Genova. Purtroppo, mi accorgo che siamo capitati ai margini di un autoparco tedesco. Altri alpini hanno seguito il nostro esempio. Lascio proseguire, nella narrazione, il S. Ten. Morello; «non so quanti alpini siano saltati. La maggior parte non è riuscita, oppure ha avuto un'esitazione di troppo». Gli alpini, ignari della vicinanza d'un campo tedesco, si abbracciano esultando. Sulfàro urla: «Sparpagliatevi, ci sono i crucchi», ma nessuno lo sente. Però si fanno sentire i tedeschi. Sparano. Fischiano le pallottole. Qualcuno rimane a terra. Fuga nella notte. Ci inseguono con cani e razzi illuminanti. Io, con Sacchero, finirò a Milano e salterò di nuovo dal treno (ormai ci ho fatto l'abitudine) a Linate. Di Carpegna si ritiene miracolato di padre Pio, perché, sdraiato fra l'erba alta, viene annusato da un cane tenuto al guinzaglio da un tedesco, ma il cane prosegue. Finirà partigiano in Val d'Aosta con Maurilio Salomone. Sulfàro e Bonetti attraverseranno a nuoto un canale limaccioso completamente vestiti, scarpe comprese. Sulfàro, con un polso slogato ed un ginocchio malandato, riuscirà a non annegare, nel buio e nel fango, grazie al tempestivo intervento di Bonetti. Dopo una notte e due giorni di marcia, sfamati da contadini nei loro cascinali, raggiungiamo un Comune (Ceresara? Non giuro sui miei ricordi) abitato da parenti di Piero Bonetti. Costoro mi rifocillano, mi curano, mi tagliano la barba, non potendolo fare io col mio polso destro malandato.
Dopo qualche giorno, lavati gli abiti e fatti asciugare denari e documenti, si attivano per esaudire il mio desiderio di tornare a Genova. Su loro indicazione, un mattino all'alba scendo ad un bivio di strade alberate dove trovo ad aspettarmi un'avvenente signora bionda alla guida di una Lancia Ardea (la ricordo per la guida a destra) la quale signora doveva essere ammanigliatissima con le autorità per circolare. La signora mi chiede se sono io l'alpino da portare alla stazione. Alla mia risposta affermativa, mi fa salire e mi porta sino alla stazione ferroviaria di Mantova.
Ricordo che si accostò al marciapiede sulla sinistra, contromano e mi fece scendere, augurandomi buona fortuna. Non ho mai saputo chi fosse.
La seguono sempre, però, se è viva il mio grato ricordo, se morta le mie preghiere.