Le memorie «nere» del detective dello Zar

I suoi racconti, basati sull’esperienza personale, costituiscono un’inedita «storia criminale»

«Se il giudice fosse giusto, forse il criminale non sarebbe colpevole». Chissà se il leggendario capo della polizia investigativa pietroburghese, Ivan Dmitrievic Putilin ebbe mai a confrontarsi con questa celeberrima massima del suo contemporaneo Fëdor Michajlovic Dostoevskij? Una cosa è sicura: il buon Putilin, nel suo ruolo di capo della polizia di Pietroburgo si trovò fra il 1866 e il 1889 ad amministrare la giustizia nel suo paese cercando di trovare i colpevoli dei delitti di varia forma. Quegli stessi delitti che venivano all’epoca narrati nelle loro opere, oltre che dall’autore di Delitto e castigo, da Gogol’, Tolstoj, Puhskin.
A partire dal 1864 la Russia aveva cominciato ad applicare una radicale riforma giudiziaria: erano stati istituiti tribunali indipendenti sul territorio ed era stato pubblicamente affermato dallo zar il principio di uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge. Già nel 1860 era stata istituita la carica del giudice istruttore e a partire dal 1866 era stata quindi fondata la polizia investigativa di Pietroburgo. Un corpo investigativo del quale venne messo a capo, a soli 36 anni, proprio il nostro Ivan Dmitrievic Putilin. Le cronache riportano che il giovane poliziotto si era fatto le ossa durante una lunga gavetta nella polizia di Piter: prima era stato aiutante del commissario che si occupava del quartiere popolare nel cui comprensorio si trovava il frequentatissimo mercato delle pulci, poi aveva lavorato per un breve periodo per la III sezione della polizia politica, quindi era stato promosso sul campo fino ad arrivare al ruolo investigativo chiave che avrebbe ricoperto per 23 anni.
Putilin era nato a Novyj Oskol, cittadina di provincia nel sud del governatorato di Kurske, e trascorse quasi mezzo secolo nella capitale russa distinguendosi per le sue abilità deduttive e la sapienza nel condurre gli interrogatori, dimostrando una grande astuzia nel tendere tranelli a piccoli e grandi criminali. Astuzia che lo portava spesso a camuffarsi con vestiti e maschere per potersi infiltrare negli ambienti più pericolosi della malavita. Descritto così, Putilin sembrerebbe il personaggio perfetto per essere protagonista di un serial poliziesco, e in effetti, il commissario della polizia di Pietroburgo fece di tutto per guadagnarsi nel giro di pochi anni il soprannome di «Sherlock Holmes russo» che è giunto fino a noi. Ad accentuare la sua figura mitica di investigatore sono state sicuramente le memorie che scrisse negli ultimi anni della sua vita, cercando di ripercorrere alcuni fra i casi più eclatanti nei quali si era trovato coinvolto (memorie che hanno poi dato spunto allo scrittore contemporaneo Leonid Juzefovic per trasformare Putilin nel protagonista di una fortunata trilogia di romanzi gialli, il primo dei quali, Il costume di Arlecchino, è stato edito quest’anno in Italia da Longanesi).
A partire dal 1893 il nostro commissario cominciò a lavorare sugli archivi della sua memoria per comporre una sorta di compendio dei più eclatanti casi di cronaca nera che avevano sconvolto negli ultimi trent’anni la capitale russa. L’opera rimase incompleta, ma una ventina dei suoi casi vennero raccolti e pubblicati con successo fra il 1898 e il 1908 dopo una breve revisione attuata da alcuni letterati. Grazie a Sellerio, tre di quelle indagini vengono ora raccolte nel prezioso volume Memorie del capo della polizia di San Pietroburgo. La curatrice del volume Rosa Mauro sottolinea nell’introduzione come queste storie non vadano lette «né come un viaggio nei bassifondi pietroburghesi (visto che i suoi protagonisti, criminali o vittime, appartengono ai più vari strati sociali), né come un’indagine sociologica. È lontana dall’autore anche l’ispirazione ad addentrarsi nei meandri della psiche umana. Non troveremo neppure un suo accanimento contro i colpevoli, che siano piccoli imbroglioni o crudeli assassini, ma semmai commiserazione, sgomento e, in alcune circostanze, una certa ironia. Astenendosi da qualsiasi giudizio morale, Putilin lascia che sia il lettore a riflettere sui criminali, le vittime, la loro città».
Questi racconti risultano però fenomenali dal punto di vista poliziesco e ci rimandano immediatamente alla tradizione narrativa delle Memorie di François Vidocq, l’ex galeotto francese divenuto commissario della Sûreté e le cui storie a partire dal 1828 cominciarono ad essere edite in tutto il mondo, raggiungendo anche ai lettori russi. Putilin sembra in questi testi avere lo stesso rigore e la stessa precisione di Vidocq, e sicuramente, come risulta dai suoi diari, aveva letto all’epoca Dickens, Hugo e Poe (che con il suo Auguste Dupin aveva creato il primo investigatore letterario della storia). È invece molto lontano dallo stile sensazionalistico che avranno pochi anni dopo le dime novels dedicate ad altri poliziotti reali come Nat Pinkerton, Nick Carter e Joe Petrosino (poliziotti che la narrativa popolare trasformerà quasi in supereroi).
Nel primo dei racconti raccolti in Memorie del capo della polizia di San Pietroburgo che si intitola «Una folle vendetta», il commissario di polizia aiutato dal suo fido agente Z si trova ad investigare sulla morte del ricco proprietario Kuz’ma Fedorovic Kuznecov sgozzato in una stanza d’albergo. Un delitto efferato che nasconde una terribile tragedia familiare e il desiderio di una coppia di cancellare una volta per tutte la terribile infamia subìta. In «La beneficenza», il poliziotto russo è invece alle prese con un abile truffatore che ha scelto come vittime ideali alcuni ricchi ed ingenui preti di campagna; mentre ne «Il terribile caso della bella omicida» Putilin ci racconta il lucido massacro di un’intera famiglia attuato a colpi di ferro da stiro da parte di una spietata e avida assassina.
Sappiamo che il commissario della polizia di San Pietroburgo scrisse racconti anche dedicati a vicende non delittuose: si confrontò con la vedova di un colonnello che si rivolse a lui per spedire in Siberia l’odiato genero ma dovette anche dare udienza al cocchiere di un ammiraglio disposto a tutto pur di assumere l’incarico di boia. In tutte queste situazioni il buon Putilin riuscì a far ricorso al suo buon senso e al suo naturale istinto investigativo. E siamo sicuri che non si sarebbe mai fatto giocare come un allocco da individui come lo studente Raskolnikov protagonista di Delitto e castigo. Un romanzo che apparse sulle pagine del Russkij Vestnik (Il messaggero russo) proprio nel 1866, l’anno in cui Putilin cominciò la sua sfolgorante carriera di commissario.
Probabilmente il nostro commissario, non avrebbe dovuto aspettare la spontanea confessione di Raskolnikov: l’avrebbe individuato e messo in manette molto prima.