Un menù ricco di gusto occidentale

«Grazie per avermi spiegato la sigla», sorride il dirigente della Biennale. Non l'aveva capìta. In effetti, alla ricerca della novità yé-yé, Marco Müller ha estratto dal cilindro una sgargiante sigla a cartoni animati, escogitata dalla grafica Francesca Ghermandi, ex signora Pazienza, di non agile decifrazione. Vi si vede un Leone mezzo addormentato e sfatto davanti alla tv. Risvegliato da mostri e scoppi (anche un «Boom!» a fumetti, con l'aria che tira...), il cine-felino, ormai ringalluzzito, spacca infine il vetro del teleschermo per estrarre un barattolo in stile Braccio di Ferro con su scritto «Biennale cinema». Più goliardico che spiritoso. Ma Müller lo conoscete: apocalittico e istituzionale insieme, il direttore della Mostra, alla sua seconda edizione dopo gli intoppi organizzativi dello scorso anno, ricerca un pieno di consensi. C'è chi, come Paolo Mereghetti sul Corriere della Sera, lo dà «un po' meno in auge», insomma in ribasso; e certo il sodalizio con il presidente della Biennale, Davide Croff, non è dei più idilliaci, come sa anche il ministero Buttiglione. Alla fine dei giochi, però, contano i film. E bisogna riconoscere che il menù presentato ieri, sulla carta, è all'altezza della tradizione. La quale consiste nel mischiare autori riconosciuti e talenti emergenti, star e outsider, America e Asia, senza dimenticare l'Italia, perché sennò s'arrabbia tutto il parentado.
Spinto dagli eventi, cioè dalla scarsità di sale e strutture, Müller ha eliminato una sezione («Mezzanotte») e sforbiciato qua e là, in modo da arrivare al numero perfetto di 54 lungometraggi, tra i quali 11 statunitensi, 10 italiani, 7 francesi, 4 inglesi, 3 cinesi, 3 hongkonghesi, 2 giapponesi, 1 coreano. Poi, è vero, incombono il Leone alla carriera attribuito al giapponese Myazaki e la dotta retrospettiva sulla «Storia segreta del cinema asiatico», ma il dosaggio generale dei titoli nella sezione principale, il concorso, risulta accortamente di gusto occidentale, così da scansare sospetti e malumori. Non a caso, il direttore sinologo teorizza, parlando di Mostra pluralistica e non ideologica: «Basta con il festival reso ecumenicamente mappa delle nazioni».
Quanto agli autori in gara, be', i nomi di spicco non mancano: da George Clooney a Terry Gilliam, da Laurent Cantet a Krzysztof Zanussi, da Abel Ferrara a John Turturro, da Ang Lee a Park Chan-Wook. Nonostante la faticosa messa a punto, anche la pattuglia italiana, con il trio Avati, Comencini, Faenza, corrisponde a una scelta tutto sommato rassicurante, in bilico tra artigianato d'autore e cinema di respiro popolare. Magari una giovane scoperta, diciamo un nuovo Sorrentino, avrebbe reso più frizzantina la selezione tricolore: ma il cinema va ad annate, e il Fausto Paravidino di Texas, deviato verso Orizzonti, non è parso all'altezza del cimento. Su una cosa però Müller sbaglia. Quando, a proposito dell'assenza di Romanzo criminale di Placido e La tigre e la neve di Benigni, si difende dicendo che «non sono pronti e quindi non andranno a nessun festival». Bugia. In realtà sono pronti, o lo sarebbero per Venezia: semplicemente, per ragioni di marketing e di opportunità, i loro autori hanno preferito non concederli. Una legge non scritta recita che Venezia, ogni anno, porta fortuna a un solo film italiano. Chi sarà il fortunato?