Menchov, uno che non ci ha preso in Giro

nostro inviato a Anagni

Caro diario, come sta messa la situazione? Sta messa così: soltanto un Tir contromano, guidato da un camionista di Valdobbiadene dopo una festa nuziale, può sfilare a Menchov il Giro d'Italia del centenario. In teoria potrebbe ancora riuscirci anche Di Luca, nella crono finale di Roma, quattordici chilometri dentro lo splendore eterno dei Fori Imperiali. Ma bisogna essere seri e realisti: quest'oggi, a Roma, sarà più probabile incontrare papa Ratzinger in bicicletta per le strade del centro che vedere Di Luca in maglia rosa sul podio.
Le ultime speranze di un ribaltone sfumano via sul filo degli abbuoni, nell'ultima tappa in linea: prima l'italiano si fa infinocchiare da Menchov sul traguardo volante di Frosinone (dice che non conosceva il percorso: complimenti alla sofisticata organizzazione del team), quindi non riesce a vincere la tappa di Anagni, giocandosi l'ulteriore abbuono di 20’’.
Ovviamente, non è un drammone. Sono minutaglie. Cose piccine picciò, tipiche di questo Giro bonsai del Centenario. Il patron Angelo Zomegnan, ormai noto nell'ambiente come Mago Zom per aver fatto sparire con un colpo di bacchetta tutte le montagne leggendarie d'Italia, così ha voluto e così ha ottenuto. Il suo disegno era lucido sin dall'inizio, al momento del parto invernale: l'Italia trasformata nei Paesi Bassi, con tappette corte e salitelle light, per convincere Armstrong al grande ritorno. Fiocco rosa sul pacco dono, una megacronometro di sessanta chilometri alle Cinque Terre: in un Giro così facile, come parcheggiare un carrarmato dentro la vetrina dei vetri soffiati. Il risultato è inevitabile: franato miseramente Armstrong, è il russo Menchov a dominare la crono e a portarsi via il Giro, limitando poi le sue fatiche sulle ruote del nostro Di Luca. A sigillare solennemente l'invenzione geniale del Mago Zom, un dato epocale: per la prima volta nei cent'anni di vita, la media supera i 40 orari. Il Giro del Centenario è a pieno titolo il più facile (fa fede anche il ridicolo numero dei ritirati), e dunque il più veloce di sempre. Per dire che è anche il più bello ci vuole del fegato. Io non l'ho.
Ovviamente, a tutto questo va aggiunto Di Luca: grandissimo attaccante, immenso stopper di attaccanti italiani, indefesso e insuperabile gregario di Menchov. Questa, purtroppo, l'impressione che rilascia il Giro rivisto al replay. L'impressione che Di Luca abbia buttato dalla finestra un'occasione storica e irripetibile di vincere. Purtroppo, troppe volte ha corso per difendere il secondo posto, per infliggere personali rappresaglie, per saldare piccoli conti, inseguendo i Basso e i Sastre, i Pellizotti e i Garzelli, togliendo il fastidio alla maglia rosa. Il risultato è questo senso amarissimo di sconfitta evitabile, sul filo di pochi secondi, che forse l'accompagnerà fino alla terza età, quando ragionerà sui se e sui ma davanti al caminetto.
Il resto, a questo punto, è puro cerimoniale. Di Luca si inchina a Menchov fingendo di dire che nell'ultima crono darà tutto, «perché non si sa mai». Menchov finge a sua volta di dire che «il Giro non è finito, tutto può ancora succedere, le strade antiche di Roma non sono semplici». Ma sono anche queste cose piccine, da Giro in miniatura, prelevato direttamente dalla scatola di Barbie. L'unica novità dell'ultima giornata resta tutto sommato l'udienza dal presidente Napolitano, al Quirinale, dopo la corsa, sempre che il mago Zom all'ultimo minuto non annulli tutto, apprendendo che bisogna salire al Colle. Quest'ultima parola, come noto, gli provoca sbocchi di bile e attacchi di orticaria. Meglio se gliela tengono nascosta, questa salita.
Caro diario, concediamoci di chiudere con un'annotazione aziendale. Anche quest'anno, il Giornale non è mai stato invitato al «Processo». Siamo al terzo anno consecutivo. Oltre al solito Giro di amici degli amici, di ristoratori compiacenti e di testimonial dell'Apt, hanno dato la parola, più e più volte, a tutti gli inviati di tutti i giornali grandi e piccoli, nazionali e provinciali. Sono sfilati giornalisti in attività e giornalisti in pensione, compresi quelli presenti al Giro un giorno solo. Ma il Giornale no. Per il Giornale non hanno trovato nemmeno un buco. Unico caso in Italia. C'è un modo solo di definire questo utilizzo, in perfetto stile la Rai è cosa nostra, del servizio pubblico: vergognoso. Deve vergognarsi il direttore di Raisport Massimo De Luca, deve vergognarsi la coordinatrice dei servizi sul Giro, Ivana Vaccari, deve vergognarsi il conduttore Andrea Fusco. Sempre che sappiano cos'è, la vergogna.