Meneghin jr, l’incompreso dal campo alla panchina

Dopo il ritiro, Andrea nello staff di Varese. Alle 6 Italia-Lituania negli ottavi di finale

Oscar Eleni

Quando leggerete questa storia saprete già se la nazionale italiana di basket è rimasta fra le primule dell’isola di Honshu, nel formicaio di Saitama, Giappone, per battersi fra le migliori otto del mondo dopo aver sconfitto la Lituania.
Chi si è alzato presto (la partita inizia alle 6 italiane) avrà sofferto come tutti, ma l’alba azzurra ci ha portato con la mente nella terra dei poeti estinti, nel rimpianto di non vedere di fianco a Basile il suo amico ideale Andrea Meneghin, uscito troppo presto dalla storia del basket giocato, dopo essere stato fra i più grandi, di certo il più forte fra gli italiani che avremmo voluto vedere nella Nba. Andrea ha lottato contro troppe cose per non uscire sfinito a soli 32 anni, l’ultima battaglia contro la salute fisica, un’anca sbilenca, come la chiamava lui scherzandoci sopra e piangendo di nascosto. Ha deciso di ritirarsi, ma, per fortuna, si è reso conto che il suo mondo è questo basket che lo avrebbe voluto in azzurro per altre 100 partite, gli mancherebbero 14 punti per quota 1000 dopo 105 gare giocate e un oro europeo nel 1999, e allora ha accettato di continuare a lavorare per Varese, la sua società in 13 anni di gloria, uno scudetto (1999), esordiente a Napoli il 23 settembre 1990, sedicenne. Entra come assistente tecnico di Ruben Magnano per la prima squadra, ma è interessato a seguire i giovani che un tempo erano l’orgoglio sotto il campanile del Bernascone, anche quando i Castiglioni rilevarono la società da Toto Bulgheroni che ne aveva fatto un gioiello di passione vera.
Meneghin per il suo passato azzurro, vittorie, l’olimpiade 2000, dovrebbe avere la tessera di aspirante allenatore senza esami ulteriori, ora speriamo che ci dia dentro perché è venuto il momento per farci sapere cosa non siamo riusciti a capire veramente di questo talento che ci ha messo tanto per farsi notare non più e non soltanto come il figlio del grande Dino. Ci batte il cuore soltanto al pensiero di vederlo in panchina, seguirlo mentre insegna e rivede tutto quello che, per puro orgoglio, magari ha sbagliato nella sua storia di campione che nei due anni alla Fortitudo Bologna ha perso l’età dell’innocenza e il piacere di essere uno da diario della motocicletta, ribelle contro i luoghi comuni, i fanfaroni, l’ingiustizia, l’esagerazione di chi fa diventare con i piedi d’argilla uomini troppo idolatrati. Varese ha scelto bene, gli ha dato una possibilità di ricostruire tutto ed è già un buon inizio in questo agosto dove le grandi della serie A hanno ricominciato a lavorare: ieri si è radunata la Fortitudo Bologna che ha cambiato proprietà - non sappiamo se questo è davvero un bene, lo dubitiamo - allenatore, prendendo il vice ct azzurro Frates da Reggio Emilia e squadra ma ancora non sa se Belinelli resterà nel gruppo o andrà a Roma con Repesa per 2 milioni di euro, che sono un’esagerazione. Da qualche giorno fatica la Mens Sana che si affida a Pianigiani, un giovane di Siena cresciuto in una società solida, coraggiosa; Milano e Djordjevic che ha preso tre uomini dalla Fortitudo oltre a Tusek, marcia già compatta, mentre Napoli prepara il suo assalto all’Europa e Treviso pensa con angoscia al mondiale dove Zizis si è fratturato la mandibola e sarà recuperabile fra qualche mese.