«Con Mengele racconto i padri che deludono i figli»

Il regista Eronico: «Ringrazio Heston: ha accettato un ruolo, rifiutato da altri, facendosi maltrattare da me che sono un autore italiano in trasferta». Il film esce due anni dopo il Festival di Berlino

Maurizio Cabona

da Roma

Il modo per far passare «il passato che non passa» è renderlo storia, anziché memoria, e connetterlo al presente. Lo fa Egidio Eronico con My Father, da Papà di Peter Schneider (Edizioni e/o), ipotesi sul rapporto fra il medico di Auschwitz, Josef Mengele, e il figlio Rolf. Lo interpretano Charlton Heston, Thomas Kretschmann e Murray Abrahms. Presentato al Festival di Berlino nel 2004, il film solo ora esce in Italia, sebbene l'abbia diretto in inglese un italiano, Egidio Eronico.
Signor Eronico, nel caos sessantottardo si diceva: «Dov'è il padre?». Nel suo film, che si svolge in quel periodo, il padre c'è, ma come tormento per il figlio.
«Il padre è il fantasma che s'aggira nella cultura occidentale. Prima di Papà - che Schneider definisce “storia d'un figlio non all'altezza della sua storia” - ho letto Rivolta contro il padre di Gérard Mendel, ma la crisi della società industriale era già in Freud. Mi riferisco al padre nella cultura: nella società industriale si ha un po' di libertà economica e sessuale, ma ciò non è l'essenziale...».
E qual è?
«Il recupero di un'autorità: da tempo i padri deludono le aspettative dei figli. Nel romanzo di Schneider è questo ad avermi colpito».
Nessuno pare notarlo, ma Mengele jr. ha la stessa colpa di ebrei e zingari vittime di Mengele sr.: è nato.
«Con un padre così, non si esce indenni. Rolf Mengele ha tentato di confrontarsi col padre e ne è uscito distrutto: una sconfitta fatale».
Il Mengele di Charlton Heston è opposto al Mengele di Gregory Peck nei Ragazzi venuti dal Brasile di Schaffner, girato nel 1977 in cui si svolge My Father.
«Il film di Schaffner m'era piaciuto, ma il personaggio di Heston è più complesso: raffinato, elitario, talora banale e arrivista, dunque più temibile del personaggio di Peck».
Mengele/Heston si commuove rivedendo La città dorata di Veit Harlan, con Kristina Söderbaum...
«Per l'estetica dell'epoca, ho preso spunto dal classico Le dive del Terzo Reich di Cinzia Romani (Gremese)».
Mengele però era concreto e giudicava i suoi test utili alla scienza: in effetti la medicina se ne è avvalsa. In sostanza lui dirigeva il ramo farmaceutico dell'azienda Auschwitz.
«La logica delle aziende chimico-farmaceutiche (si veda il caso Bhopal) o energetiche (si veda il caso Chernobyl) ha qualcosa di sinistro. Dietro le migliori intenzioni, si cela la spregiudicatezza».
Charlton Heston (Ben Hur, 1959) e Thomas Kretschmann (King Kong, 2006) in due parole.
«Heston ha avuto il coraggio di accettare il ruolo, rifiutato da altri, e di lasciarsi “maltrattare” da un regista italiano in trasferta. Quanto a Kretschmann, è stato un fratello, un complice, in un viaggio non sempre agevole».
My Father è passato dall'eco al Festival di Berlino 2004 all'oblio e alla riscoperta. Come mai?
«Provincialismo? Non voglio abbandonarmi a dietrologie. Una spiegazione potrebbe essere quella di Marco Bellocchio nel Regista di matrimoni».
Lei non s'è finto morto, come fa il regista impersonato da Gianni Cavina per esser premiato!
«No, ma - nell'attesa di trovare una distribuzione - mi sono ammalato per davvero: esco da una polmonite!».