Menghini, il prete-poeta che mise in salvo la Milano del pensiero

Ritrovate le lettere tra il sacerdote di Poschiavo e gli scrittori italiani che fuggirono in Svizzera dopo l’8 settembre: i progetti di Vigorelli, le confessioni di Scerbanenco, i rimpianti di Chiara

Precipitando, salì al suo Dio. Felice Menghini, uomo straordinario che divise la sua breve vita tra fede e cultura, morì appena trentottenne, nel 1947, in un incidente alpinistico nei suoi Grigioni. Sacerdote, poeta, giornalista ed editore, viveva e predicava a Poschiavo. Ginnasio a Monza, laurea in Lettere alla Cattolica e in Teologia a Coira, alla metà degli anni Quaranta divenne una figura di spicco del panorama culturale della Svizzera italiana: redattore del settimanale Il Grigione Italiano, fondò e diresse la celebre collana letteraria «L’ora d’oro» (nella quale, fra gli altri, esordirono Piero Chiara e Remo Fasani), pubblicò libri di poesia, di prosa, traduzioni e studi storico-letterari. Soprattutto, divenne il punto di riferimento fondamentale per il gruppo - numerosissimo - di intellettuali milanesi e lombardi rifugiatisi in Svizzera dopo l’8 settembre del ’43: tra questi, Giancarlo Vigorelli (entrato clandestinamente nella Confederazione il 13 settembre), Giorgio Scerbanenco (che varcò il confine una settimana dopo, e che proprio nei Grigioni incontrerà il suo collega al Corriere della Sera Indro Montanelli, anch’egli in terra d’asilo), Piero Chiara (fuggito nel gennaio del ’44). Ma anche Aldo Borlenghi, Mario Apollonio, Paolo Arcari e molti altri letterati, italiani e ticinesi.
Menghini - carattere schivo, trasognato ma attivissimo - cercò di aiutare ognuno di loro come meglio poteva: facendoli trasferire dai campi profughi e ospitandoli in famiglie amiche, fornendo garanzie al Dipartimento federale di Giustizia e polizia, offrendo collaborazioni su giornali e riviste, pubblicando i loro scritti nelle sue edizioni. E creando una rete di rapporti epistolari che servì da eccellente collante, morale e culturale. A tutti scriveva lettere, e da tutti ne riceveva, scambiando idee sulla poesia, sulla letteratura, sulla «verità artistica», sulla fede (bellissime, e sorprendenti, le «confessioni» di Scerbanenco...).
Un carteggio - importantissimo per ricostruire un pezzo di storia della letteratura italiana - di cui nessuno fino a qualche anno fa era a conoscenza. Poi, nel 2000, uno studioso svizzero, Andrea Paganini, ritrova a Poschiavo, nella soffitta della casa della famiglia Menghini, tra le «cose di don Felice», alcuni scatoloni lasciati lì dal ’47, alla morte del sacerdote, e mai più aperti. Dentro, centinaia di libri e un paio di raccoglitori pieni di lettere manoscritte e dattiloscritte: i nomi sono quelli di Arcari, Borlenghi, Chiara, Fasani, Scerbanenco, Vigorelli, Zoppi e tanti altri... Oggi, per la prima volta, oltre 250 di quelle missive, datate tra il 1940 e il 1947, vengono pubblicate da Andrea Paganini nel libro Lettere sul confine (Interlinea). Un confine, però, che si dimostra - ed è paradossale pensando che siamo in tempo di guerra - una straordinaria occasione di scambio e di incontro, di civiltà e di dialogo.
Infaticabile e intraprendente, don Felice incurante dei divieti di cui sono oggetto i profughi, li coinvolge nelle sue pubblicazioni, organizza incontri, conferenze, propone e raccoglie idee, con l’aiuto del fratello tipografo - nonostante disponga solo di una linotype e di una stampatrice - pubblica libri e riviste che diventano la valvola di sfogo per scrittori, giornalisti e critici che non hanno altre possibilità di esprimersi. Quello «aperto» dal sacerdote di Poschiavo è un vero cantiere culturale: Piero Chiara pubblica il suo primo libro, la raccolta di poesie Incantavi, nella bellissima collana «L’ora d’oro» ideata da don Felice; Scerbanenco (del cui esilio svizzero prima di questo ritrovamento si sapeva ben poco) gli fa leggere tutto ciò che scrive (racconti, saggi, romanzi, articoli, alcuni dei quali ancora inediti), chiedendo pareri letterari ma anche spiegando la propria idea di narrativa; Vigorelli - il più irrequieto e indomito tra gli esuli - legatissimo al sacerdote nonostante alcune vivaci discussioni, e non solo letterarie, gli propone anche di pubblicare qualcosa sul Manzoni e un’antologia dei maggiori prosatori dell’800 e ’900...
Quella degli esuli italiani in Svizzera fu una stagione tragica, che ebbe però la sua ora d’oro, una pagina ricchissima e finora inedita delle nostra letteratura. Durò poco meno di due anni, ma lasciò un segno profondissimo. Il rimpatrio dei profughi, a Liberazione avvenuta, interromperà gran parte delle relazioni, mentre la prematura morte del prete-poeta porrà fine alla sua impresa editoriale. Ma dentro a ognuno dei protagonisti di quell’epoca rimarrà un fortissimo senso di familiarità. Come scrisse Piero Chiara al ritorno nella sua Luino, nella confusione del primo dopoguerra, quel «piccolo mondo letterario svizzero» era «più intimo, forse più affettuosamente ristretto, ma certo vi si respirava un’aria meno dispersa».