Menghistu scampa alla pena di morte

L’ex dittatore del «terrore rosso» era accusato di genocidio. Lo Zimbabwe, dove è rifugiato, non lo consegnerà: «È nostro ospite d’onore»

Menghistu non morirà come Saddam Hussein. E non solo perché, contrariamente all’ex dittatore iracheno, il Negus Rosso vive in esilio in Zimbabwe. I giudici del suo Paese, l’Etiopia, pur avendolo riconosciuto colpevole di genocidio, con la sentenza del 12 dicembre, ieri lo hanno condannato all’ergastolo e non alla pena di morte, che era stata richiesta dal pubblico ministero. Con lui sono stati giudicati, con pene diverse, altri cinquanta gerarchi del regime, venti dei quali in contumacia.
«Questo verdetto si fa beffe della giustizia - ha commentato un cittadino etiopico, Mulugeta Asrat, il cui padre fu giustiziato dalle guardie comuniste -, di certo il Macellaio di Addis Abeba avrà stappato una bottiglia di champagne ad Harare». Menghistu Hailé Mariam oggi ha 69 anni e un passato di cui inorridire: è responsabile della morte di decine di migliaia di persone. Ma la Corte di Addis Abeba ha ritenuto che «applicare la pena di morte a persone in età avanzata e malate non avrebbe avuto il valore di giurisprudenza, ma piuttosto di una vendetta». Semmai davvero il Negus Rosso dovesse un giorno tornare in patria morirebbe rinchiuso in una cella. Ma l’ipotesi appare alquanto remota.
Nel 1991, quando il suo regime fu rovesciato, scappò dal suo vecchio amico e compagno, il presidente dello Zimbabwe Robert Mugabe, che lo coccola e lo protegge, soprattutto dal 1996, quando due persone tentarono di ucciderlo. È l’intesa dei satrapi. «Menghistu resta nostro ospite d’onore e non abbiamo ricevuto alcuna richiesta di estradizione», ha annunciato il ministro dell’Informazione Paul Mangwana, per il quale il processo «non cambia alcunché». Menghistu può continuare a godersi il suo esilio dorato.
Di certo gli etiopi non hanno ancora dimenticato le sofferenze patite durante i 17 anni di dittatura marxista-leninista. Nel 1974 partecipò al golpe militare che rovesciò l’imperatore Hailé Selassié, nel 1977 prese il potere uccidendo l’allora presidente, il generale Teferi Bante. E subito dimostrò come intendeva gestire la Nazione. In due anni - nel cosiddetto periodo del terrore rosso - fece uccidere circa 100mila persone. La gente viveva nel terrore. Perfino marito e moglie facevano attenzione a quanto si dicevano, così con i figli. Bastava poco per scomparire per sempre; e la disperazione spingeva molte, moltissime persone ad accusarne altre per cercare di salvarsi.
C’era poi l’orrido rito di dover pagare il costo delle pallottole per recuperare il corpo di un congiunto ammazzato. Ma rendeva poco, e quindi talvolta i soldati preferivano tagliare la testa alle vittime, e venderla ai parenti. Spesso i detenuti venivano torturati a morte e talvolta i loro corpi erano gettati nelle strade. La grande maggioranza degli arrestati è scomparsa nel nulla. E ogni tanto si trova ancora qualche fossa comune.
Dal ’78 mantenne il pugno di ferro. Alleatosi all’Unione Sovietica, annientò l’economia del Paese usando le poche risorse disponibili per la propria gloria. Nel 1984 quando l’Etiopia fu colpita da una spaventosa carestia, per mesi si ostinò a negare l’entità del disastro, facendosi fotografare mentre distribuiva bottiglie di whisky per festeggiare il decimo anniversario della rivoluzione militare. In due anni almeno un milione di persone morì letteralmente di fame.
Fu rovesciato da un altro giovane marxista leninista: Meles Zenawi, che è ancora al potere. E sebbene sia tutt’altro che democratico, oggi è divenuto alleato strategico di Washington nella lotta al terrorismo, come dimostra la cacciata delle Corti islamiche da Mogadiscio.