MENO ALBERGHI, PIÙ PIAZZE

Certo, un vecchio adagio popolare, sempre adatto alla politica, ammonisce: «Piazze piene, urne vuote». Ed è qualcosa di più scientifico di un sondaggio: è dai tempi del Fronte Popolare del 1948 che la ricetta è infallibile. Anche perchè i moderati, da sempre, preferiscono evitare piazze e piazzate e, proprio dal 1948, preferiscono palesarsi il giorno delle elezioni.
Però. Però è vero che, in campagna elettorale, lo dice la parola stessa, bisogna andare in campagna. E che girare le piazze, muoversi, guardarsi attorno, serve a capire. Serve anche a noi giornalisti, troppo spesso trasformati in topi di redazione, asserragliati nei nostri uffici, abbarbicati alle nostre scrivanie, schiavi dei nostri telefoni.
A Genova, ad esempio, la stragrande maggioranza dei cronisti affolla le conferenze stampa dei leader di passaggio in Liguria per porre a tutti le stesse identiche domande («è vero che siete avanti nei sondaggi?»; «è vero che siete in rimonta?»; «è giusto boicottare le Olimpiadi?»; «cosa pensa del caso del ginecologo suicida?» e simili). Ma la vita è fuori. La vita è per strada. Personalmente, come sempre, giro i comizi come una trottola. Perchè - così come viaggiare sui mezzi pubblici - è il miglior modo per cercare di capire la politica, è il miglior modo di incontrarvi, di incontrarci, di parlare con le persone (non con la gggente), di sentire da vicino i problemi. Credo che dovrebbero farlo tutti i politici, non solo in campagna elettorale.
Soprattutto, credo che ascoltare i comizi e i commenti ai comizi - in particolare quelli di politici di cui si condivide poco o niente sul piano delle idee, dei programmi o della credibilità di idee e programmi - sia un’ottima cartina di tornasole anche per cercare di capire meglio e in anticipo cosa succederà. E così, nelle ultime settimane, sono stato in rapida successione, fra l’altro, ad ascoltare il leader del Partito democratico Walter Veltroni a piazza Matteotti, il segretario di Rifondazione comunista Franco Giordano a piazza Baracca a Sestri Ponente e, ieri, il vice di Walter Dario Franceschini in via Piombino a Certosa. E forse non è un caso se ieri ero l’unico giornalista presente; se a Sestri e a Matteotti c’era con me un cavallo di razza come Raffaele Niri de La Repubblica-Il Lavoro e se (limitatamente a Veltroni) ha fatto la sua apparizione anche Gigi Leone, er mejo fico der bigoncio dell’affaticata squadra del Secolo XIX. Il resto, non pervenuto.
Gli assenti, come sempre, come ovunque, hanno torto. Perchè, ad esempio, ieri, davanti a un pubblico nè oceanico, nè trascurabile - che sembrava più numeroso perchè gli organizzatori del Pd sono stati furbi ed hanno messo il palchetto per Franceschini nella strettoia di via Piombino, così da far apparire la piazzetta ancor più affollata - Franceschini ha detto un paio di cose che devono far riflettere: da un lato, ha esaltato Romano Prodi, parlando di «azione straordinaria del governo, altro che volerlo rimuovere»; dall’altro, ha fatto vedere l’altra faccia del Pd. Nella pancia di Certosa, quartiere col cuore rosso, ha lasciato da parte il bon ton veltroniano nei confronti di Berlusconi per rassicurare la platea che, comunque, Silvio è brutto e cattivo e che non ha la statura politica (...)