Meno deputati all’Italia, il Prof si rimangia il sì

Al vaglio dell’assemblea la ridistribuzione dei seggi che coinvolge anche Francia e Gran Bretagna

nostro inviato a Bruxelles
No, no, no e poi ancora no. Sarà stato per il timore di non trovare sponde, o la sensazione di aver poco da «scambiare», o la necessità di interpretare almeno una volta in questi mesi vissuti da mediatore, il ruolo del decisionista, ma Romano Prodi ha ieri estratto un secco rifiuto al ghigliottinamento di 6 eurodeputati italiani che Bruxelles gli ha fatto trovare su un piatto d’argento ma che lui assicura di non voler assaggiare.
Prima dell’incontro con Barroso e poi nella colazione di lavoro col presidente Ue, il premier ha fatto sapere che non è disposto ad assecondare il disegno di altri e vidimato dall’Europarlamento, non tanto perché ci confina a un quarto posto che ha il sapore del doversi misurare nei preliminari (stando ai parametri calcistici), ma perché il principio di base che lo ha ispirato non lo trova d’accordo. Residenza al posto di cittadinanza «è uno strappo rispetto al trattato Ue». Per cui ci si deve togliere dalla testa che a Lisbona, nel Consiglio europeo che varerà il nuovo trattato istituzionale, l’Italia possa accettare di «prendere in considerazione» quel progetto che oggi va sotto il nome di Lamassourre-Severin, dal nome dei due deputati (francese e romeno) che l’hanno elaborato.
Incontrando i due vicepresidenti italiani dell’Europarlamento Mario Mauro e Luisa Morgantini (mancava il terzo, Luigi Cocilovo, impegnato in altra sede), Prodi ha comunicato loro di avere scritto una dura lettera a Barroso, al presidente in carica per il semestre, il portoghese Socrates e al presidente dell’Europarlamento Poettering in cui rifiuta decisamente la nuova ripartizione. E poi si è sfogato a lungo come raccontano politici e funzionari presenti all’appuntamento. «Ma come si fa a pensare di poterci penalizzare in questo modo?! Ma chi ha spinto per la residenza che è un principio senza senso visto che molti residenti non votano per le Politiche del Paese dove vivono e nemmeno per le Europee? E come non considerare gli italiani che vivono all’estero?».
Lunga la serie delle recriminazioni, culminate con una frase: «E poi, Malta! Sei eurodeputati per Malta alla pari con la Slovenia! Ma come si fa!?», che è stata interrotta da un imbarazzato intervento di un consigliere diplomatico che gli ha fatto notare come quella cifra si fosse decisa in un trattato contro il quale lui non ebbe alcunché da rilevare.
Vada come vada il voto di oggi - e nessuno crede che possa essere diverso dall’approvazione della Lamassoure-Severin, anche se tra i popolari tedeschi nascono mugugni, così come tra gli spagnoli e i polacchi - Prodi comunica che è sua intenzione rifiutare ogni discorso sul tema a Lisbona. E il via al nuovo trattato? Nessun problema, ha replicato il presidente del consiglio, perché i numeri dell’europarlamento non c’entrano affatto con l’entrata in vigore del testo istituzionale. Tanto più che già esistono regole che prevedono una soluzione: si riparte dalle cifre di Nizza che - prevendendo 736 seggi e non 750 - concedono ai tedeschi il mantenimento di 99 seggi, decapitano, ma assieme, Francia, Gran Bretagna e Italia (tutte a 72) e limano altre presenze (con Malta a 5 eurodeputati).
Soddisfatti gli eurodeputati italiani. Un po' meno Barroso che vede avvicinarsi il rischio che oltre ai numeri salti il varo del trattato: «Spero che i leader non deludano i cittadini... ». Oggi il voto d’aula. Giovedì prossimo, a Lisbona, il voto vero tra capi di stato e di governo.