«Meno deputati». Ma gli stipendi non si toccano

Forza Italia dice no: «Col governo niente accordi, non inseguiamo le piazze»

da Roma

Giornata piuttosto schizofrenica quella di ieri, con Camera e Senato che in tema di riduzione dei costi della politica si esprimono in modo diametralmente opposto. E con chi decide di votare «no» - Forza Italia nel primo caso, soprattutto il centrosinistra nel secondo - a usare sostanzialmente gli stessi argomenti. La commissione Affari costituzionali di Montecitorio, infatti, approva a larga maggioranza una norma che riduce i deputati da 630 a 512 mentre nelle stesse ore Palazzo Madama boccia - sempre a larga maggioranza - due emendamenti presentati da Roberto Calderoli che prevedono la «soppressione dei meccanismi di aumento automatico delle indennità parlamentari» e la riduzione del numero di sottosegretari.
Ma andiamo con ordine. Mentre il Senato discute la nota di aggiornamento al Dpef con maggioranza e opposizione l’un contro l’altra armate a sostegno delle proprie risoluzioni, Calderoli mette a segno uno dei suoi soliti colpi. E presenta due diversi emendamenti per inserire in Finanziaria la soppressione dei meccanismi di aumento automatico delle indennità parlamentari e un ridimensionamento quantitativo dell’esecutivo. E come d’incanto - nonostante gli emendamenti in questione abbiamo più un valore simbolico che giuridico - la seduta si anima. Con la maggioranza che vota contro per non prestarsi «agli interessi di chi semina demagogia e populismo» (parole dell’ulivista Antonio Boccia) e i capigruppo di opposizione che lasciano ai propri senatori «libertà di voto». Perché - dicono Renato Schifani (Forza Italia), Altero Matteoli (An), Roberto Castelli (Lega) e Gianfranco Rotondi (DcA) - non si può stare a «inseguire le piazze» come quella di Grillo.
Così, alla fine gli emendamenti non passano, quello sul ridimensionamento dell’esecutivo per un soffio visto che i «sì» sono 142, i «no» 131 e gli astenuti - che a Palazzo Madama valgono come voto contrario - 17. E Calderoli, «tradito» anche dai senatori leghisti, sbotta: «Che schifo, ero convinto che entrambi gli emendamenti sarebbero stati approvati all’unanimità. E invece sono solo capaci di parlare sui giornali e a Porta a Porta. Mi spiace doverlo dire, ma la casta esiste veramente».
Alla Camera, invece, la norma sulla diminuzione del numero dei deputati raccoglie il voto di tutti, salvo Forza Italia. Ma in questo caso in ballo non c’è solo la riduzione dei costi legati alla politica ma un più ampio disegno di riforma che la commissione Affari costituzionali discute da tempo. «Il nostro auspicio - spiega il capogruppo della Lega Roberto Maroni - è che Prodi cada prima possibile e dopo si vada alle elezioni. Se così non sarà, c’è anche un piano B, andare avanti sulle riforme». Non è un caso che nel testo ci sia anche il Senato federale tanto caro alla Lega. Che ha pure presentato un emendamento affinché gli siano attribuite competenze in materia di scuola, istruzione, sanità e polizia locale. Se martedì dovesse passare, potrebbe essere un segnale importante per il Carroccio ma pure per Silvio Berlusconi. Sul punto, infatti, c’è la convergenza anche dell’Udc. Con il segretario Lorenzo Cesa che fa lo stesso ragionamento di Maroni, seppure a fattori invertiti: «Il piano A è andare avanti con le riforme, il piano B le elezioni anticipate». Tanto che il ministro delle Riforme Vannino Chiti loda «l’importante convergenza con Lega e Udc» mentre il segretario dei Ds Piero Fassino si dice soddisfatto di un «passaggio politico» che «sollecita a ritrovare un’intesa di tutte le forze politiche su una legge elettorale che garantisca rappresentatività e governabilità». Un’apertura che Forza Italia non gradisce perché, spiega il capogruppo alla Camera Elio Vito, «non è questa la legislatura e non è questo il governo per realizzare le riforme istituzionali». E, come confidava ieri ai suoi Berlusconi, Lega e l’Udc non fanno altro che «allungare la vita» all’esecutivo.