Meno imposte ma per tutti

Le ultime posizioni di Luca Cordero di Montezemolo che chiedono di non aumentare di un centesimo una pressione fiscale ormai avvertita come insopportabile, sono giuste e interessanti. Perché siano veramente utili è bene inquadrarle in una riflessione attenta su quel che è successo in questi anni. Non va scordato che sull'ultima finanziaria 2007 Confindustria aveva espresso un giudizio cauto, sottolineando come molto positiva la scelta di Romano Prodi di recepire la rivendicazione principale degli imprenditori, quella di tagliare di 2,5 miliardi il cosiddetto cuneo fiscale. Eppure la finanziaria 2007 prevedeva quel generalizzato aumento di pressione fiscale (compresa la prossima tassazione dei bot: e in questo senso l'area dell'estrema sinistra al governo ha buone ragioni nel rivendicare l'attuazione degli impegni, mentre Prodi non è che un ipocrita) che oggi, opportunamente, si giudica particolarmente dannosa. Inoltre, in qualche modo, ancora oggi Montezemolo si lamenta perché nel passato Silvio Berlusconi non ha fatto le stesse scelte compiute in questo anno e mezzo dal centrosinistra: cioè finanziare pesanti detassazioni all'impresa attraverso un aumento della pressione fiscale generale. Eppure è ormai evidente che se il leader di Forza Italia avesse imboccato la via richiesta dalla Confindustria montezemoliana per le finanziarie 2005 e 2006, gli effetti sarebbero stati quelli che l'Italia in questi giorni ha di fronte agli occhi: sfiducia generalizzata e anticamera della rivolta fiscale. L'Italia ha bisogno di ridurre e rapidamente le tasse per le imprese ma non scaricando i costi di questa scelta su un aumento della pressione fiscale, tanto più di quella diretta.
E soprattutto all'Italia serve una riflessione onesta su quello che è successo e che sta avvenendo. Il centrodestra deve riflettere sui propri limiti, ma è bene che ciò avvenga anche per la Confindustria montezemoliana e il quotidiano che più porta avanti le sue battaglie politiche, il Corriere della Sera. Nel 2004 quando il centrodestra perse parte della sua carica innovatrice con l'uscita dal governo di Giulio Tremonti, Montezemolo e il Corriere da che parte stavano: con il ministro che si dimise o con Antonio Fazio e la cosiddetta area sociale del governo? Nel 2005 la Cgil impose un contratto per il pubblico impiego che aumentò sensibilmente la spesa pubblica, questo non avvenne anche perché Confindustria aveva colpito alle spalle Cisl e Uil, per un'intesa cordiale con il sindacato guidato da Guglielmo Epifani? Le previsioni espresse nel marzo del 2006 da Paolo Mieli sulla capacità realizzativa di Prodi, giudizi dati sull'onda di analoghe prese di posizione di Montezemolo, meritano oggi di essere pubblicamente rettificate o no?
Gianfranco Fini e Pierferdinando Casini hanno avviato una seria riflessione anche autocritica su alcuni limiti del governo di centrodestra. Ma Montezemolo e Corriere, chi «concretamente» appoggiavano nel centrodestra: Fini e Casini o l'ala che voleva liberalizzare più coerentemente?
È evidente che senza riflessione sul passato, non si migliora per il futuro. Questo riguarda sicuramente pure Silvio Berlusconi. Ma vale anche per Montezemolo e il Corriere?
Lodovico Festa