Meno male che è finita

Meno male che è finita, verrebbe da dire. Mai campagna elettorale è stata noiosa come questa: prima i toni bassi, la falsa cortesia, il buonismo alla vaccinara, interi comizi tenuti senza citare il nome dell’avversario come forma di pseudo-eleganza (dimenticando che non citare il nome era tipica pratica staliniana: il modo peggiore per distruggere l’altrui identità, vero Veltroni?). Poi alla fine un paio di polemiche innescate sul nulla, o al massimo sulle ipotesi di scuola. Che è un po’ come prendersi a cazzotti per amore di una bambola gonfiabile.

Se guardiamo questi 65 giorni di campagna elettorale, possiamo trarre al massimo una notizia positiva: comunque finirà, Prodi se ne va a casa. Il premier più devastante degli ultimi anni verrà archiviato sulla panchina dei giardinetti di Bologna: è già una bella soddisfazione. Anche se, per ora, l’unica.
Infatti, nonostante la generosità dei candidati, che non si sono risparmiati (solo i cinque principali, dal 6 febbraio a oggi, hanno percorso 100mila chilometri, quasi tre volte il giro del mondo), il dibattito non è decollato. All’entusiasmo dei comizi, corrisponde nel resto del Paese un generale clima di disattenzione. A due giorni dal voto resta alta la percentuale degli indecisi, dei disinteressati, degli scettici. Come se la vena antipolitica, che ha permeato l’ultimo anno della nostra vita, impedisse di accendere oltremodo gli entusiasmi. O, per lo meno, le speranze.

Colpa anche di quell’overdose di valeriana che sono stati i dibattiti Tv. Basta vedere i dati d’ascolto: le tribune elettorali hanno avuto su Raidue più o meno l’effetto di uno tsunami in cristalleria. Ma anche gli altri appuntamenti non sono andati meglio. La par condicio, folle legge che ha manifestato tutto il suo potenziale distruttivo nei confronti dell’informazione, è stato l’ultimo Tavor sul corpaccione elettorale già di per sé piuttosto addormentato. Roba da andare in catalessi: buonanotte e incubi d’oro.

Il lungo sonno davanti alle urne rischia, infatti, di popolarsi di mostri e fantasmi. Sia chiaro: il disincanto e la delusione sono comprensibili, soprattutto per chi ha trascorso questi mesi confrontando gli stipendi dei parlamentari e le sue bollette da pagare. La stanchezza, per certi versi, è persino giustificata quando si sentono promesse, come quella di D’Alema che arriva alla vigilia delle elezioni a proporre un miliardo di euro per Napoli (e perché non li ha fatti arrivare prima? Lui dov’era in questi anni? Al governo o a Honolulu?). Ma sarebbe grave se la stanchezza e la delusione si trasformassero in astensionismo o voto nullo. Perché, come è noto, al risveglio gli incubi svaniscono ma i Visco restano. Si sa: sono sempre i migliori che se ne vanno.