«Meno tasse, primo passo del dopo crisi»

Roma«La crisi è finita? Forse sì, ma gli altri Paesi cresceranno il 50% più di noi. Non possiamo andare avanti con il freno a mano tirato; sono urgenti le riforme: fisco, pensioni e welfare, sanità». Per spiegarsi, Benedetto Della Vedova, parlamentare liberal del Pdl, parafrasa il titolo di un seminario che si terrà la settimana prossima con la partecipazione di molti economisti ma anche quella di Gianfranco Fini: «La bufera si è placata, e allora è giunto il momento di tornare al mercato, anche valorizzando gli asset patrimoniali pubblici».
E da dove partiamo?
«Dal fatto che l’Italia ha retto meglio alla crisi perchè il governo, e in particolare Giulio Tremonti, hanno rispedito al mittente le richieste di maggiore spesa pubblica, che si sarebbe poi trasformata in nuove tasse. Credo che oggi però risulti evidente come, assicurata l’Italia dal rischio Grecia o Spagna, ci ritroviamo con la grande questione della crescita ridotta».
Il fatto che l’Italia abbia scampato la bufera non è di poco conto, ne conviene?
«È una ottima base di partenza, ma occorre cercare maggiore dinamicità. E questo implica il metter mano alle riforme, agendo sui nodi strutturali che ci portiamo da prima della crisi, ad incominciare dal fisco: un peso troppo elevato che grava su pochi. Credo che sia necessario diminuire le aliquote per allargare la base imponibile, con un patto esplicito coi cittadini: diminuisco l’incentivo ad evadere (le aliquote troppo alte) ma chiedo maggiore fedeltà ai contribuenti. Altrimenti, si torna come prima».
È possibile un’operazione simile col debito pubblico al 117% del Pil?
«Il programma del Pdl è chiaro: il debito va aggredito non con gli avanzi di bilancio, ma valorizzando gli asset patrimoniali pubblici. Tra l’altro, questo è un momento buono per operazioni del genere, con la massa di liquidità che cerca impiego. Nella seconda parte della legislatura va aperto un confronto, cercando consenso diffuso su questa strategia: l’alternativa sono le tasse».
C’è anche da affrontare il capitolo della spesa, a incominciare dalle pensioni per proseguire con la sanità.
«Tremonti dice che i conti previdenziali sono in equilibrio. Ma la spesa previdenziale italiana resta sempre troppo elevata, e se questo problema non si affronta porterà nuova spesa per la riforma - essenziale - degli ammortizzatori sociali. Vittorio Feltri ha ragione quando scrive che i pensionamenti a 58 anni sono un lusso che non possiamo più permetterci, e sollecita la parità di pensionamento per uomini e donne a 65 anni. Giuliano Cazzola ha già presentato un progetto di legge che, con gradualità, equipara l’età pensionabile di uomini e donne anche nel settore privato: si potrebbero così destinare 8 miliardi l’anno per l’emergenza sociale. C’è poi una questione di riequilibrio fra generazioni, di cui Tremonti mi pare consapevole».
Resta la sanità. La nostra spesa è in linea con l’Europa, ma quanti sprechi.
«Ci sono evidenti squilibri fra Nord e Sud. Il federalismo fiscale deve fare in modo che il banchmark lombardo valga per tutte le Regioni. Non bisogna togliere sanità, ma recuperare efficienza, impedendo che una siringa a Catanzaro costi il doppio che ad Aosta. Poi è necessario agevolare l’opzione della sanità privata attraverso le assicurazioni».
Torniamo all’inizio: il primo passo per recuperare la crescita sarà...
«Sulle tasse ci vuole un intervento incisivo, oppure è meglio lasciar perdere. Le limature servono solo a perdere gettito. Una riforma fiscale va preparata nell’orizzonte della legislatura, non possiamo permetterci un decennio di crescita alla giapponese, altrimenti le tensioni arriveranno inevitabilmente. Ecco perchè abbiamo preparato questo appuntamento a Milano con Fini, intitolato Placata la tempesta, bisogna tornare al libero mercato. La sostanza, alla fine, è tutta qui».