Per mentalità e schemi è l’Italia la nuova Olanda

Tra lo squillo di Klose (sfida inaugurale in Baviera) e la capocciata prepotente del marcantonio tunisino Jaidi, il mondiale ha presentato le sue credenziali e bruciato la prima tappa. Tra queste due colonne d’Ercole, tanti gol, qualcuno anche di eccellente fattura, alcuni realizzati da distanze chilometriche per via del pallone leggero, modesto lo spettacolo. Rare, in particolare, le dimostrazioni di potenza geometrica e tecnica delle nazionali più attese. In prima fila, nell’elenco, il Brasile che tremare il mondo fa. E non solo per lo stato comatoso di Ronaldo o la mira sbilenca del solito Adriano. I tornei continentali hanno consegnato ai ct campioni usurati, segnati dalla fatica di lunghe contese e da infortuni gravi. Inevitabile la loro scelta: invece di inseguire il progetto raffinato di squadra, han pensato bene di fidarsi dei solisti. Kakà ha risolto la prima grana contro la Croazia. Più avanti toccherà agli altri. Come il Brasile, forse anche un gradino più sotto, la Francia che ha condotto all’esaurimento del ciclo virtuoso i campioni del ’98: Zidane, da tempo, non è più lo stesso geniale ispiratore, Henry, con quel velo di barba incolta, è diventato triste y solitario, Vieira si è smarrito in un centrocampo irriconoscibile.
Tanti gol, forse anche troppi e due soli 0 a 0: il fatturato è di primissimo livello. Ma l’effetto è evidente, si chiama tolleranza zero ed è conseguenza della improvvisa sparizione di interventi duri e spietati, dei duelli rusticani in area di rigore, nelle mischie. Palese il timore di cartellini gialli e rossi che si alzano, senza pausa. Blatter non è uno che parli a vanvera: detto e fatto. Gli arbitri hanno rispettato la consegna. Un solo sfondone, fin qui: nella partita tra Spagna e Ucraina, rigore inventato, espulsione (del difensore ucraino) perciò ingiusta e partita, già marcata da un vistoso vantaggio, finita in una cavalcata delle furie rosse. Shevchenko, anche lui imperfetto al via, ha pagato dazio. Le migliori espressioni calcistiche sono arrivate da Argentina, Costa d’Avorio e Italia: la Spagna è iscritta d’ufficio alla lista speciale dopo il 4 a 0 ma è stato tutto troppo facile, 2 a 0 dopo i primi 20 minuti, per apparire autentico. Va rivista alla seconda prova la nazionale del vecchio Aragones. Gli argentini hanno mestiere, tasso di classe e organizzazione. Dovessero disporre anche dalla classe limpida di Messi, potrebbero competere per la finale. Hanno avuto bisogno di una performance di valore per domare la resistenza della Costa d’Avorio: delle squadre africane, è di gran lunga la migliore, la più pericolosa. Guidata da quel Drogba che ha forse poca attitudine con il gol ma con quella maglia, è diventato un autentico trascinatore.
Il calcio geometrico preparato da Lippi, eseguito da Pirlo, e in parte ispirato da Totti, è stato tra le rivelazioni del torneo. È piaciuta la vocazione offensiva degli azzurri, due punte più un tre-quartista, a centrocampo Pirlo che non è un secondino, e Perrotta che si esalta nell’infilarsi negli spazi. Ha fatto specie il gran numero di occasioni da gol procurate: alla fine due gol, una traversa e un palo, un striscia di tre interventi efficaci del portiere del Ghana. È una produzione inconsueta per la tradizione del calcio italiano all’estero, durante un mondiale. Hanno stentato Inghilterra e Olanda, anche la Svezia ha balbettato contro Trinidad e Tobago: il motivo è lo stesso. Hanno tutti bisogno di un centravanti come del pane. Basterebbe loro Inzaghi e invece sono costretti a patire stenti. Il vecchio, caro contropiede continua a fare scuola. Ammirata ieri l’Arabia Saudita fare gol con tre passaggi di fila. Gli altri hanno adottato il nostro antico vocabolario. Siamo noi, l’Italia di Lippi, che ci siam messi a parlare e a giocare olandese.