«Mentana torni a Matrix» Le sentenze dei giudici ora rifanno i palinsesti

SCONTRO Fa il martire della libertà. Dopo 17 anni scopre che non lo lasciavano decidere

No, questa volta non ci sarà il ritorno dello scacciato, come fu con Santoro, nessuno tornerà a riprendersi il suo microfono. La pronuncia del Tribunale di Roma che ordina il reintegro di Enrico Mentana alla conduzione di Matrix, nonostante i numerosi elementi in comune, dallo svelto avvocato al ruolo di martire della libertà di informazione, fa a Mediaset un solo e unico grande dispetto, i soldi, nel senso che la già vistosa liquidazione dell’ex direttore salirà, salirà, fino a soddisfazione di una parte e liberazione dell’altra.
Come dice la nostra, da tanti ancora molto amata Costituzione, nel suo solenne incipit? Dice appunto che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Lo fa senza alcuna vergogna residua, neanche un sentimento di imbarazzo lieve, un arrossire al ricordare che questo non è uno Stato fondato sull’individuo, sulla persona, sul rispetto che merita di avere nel percorso che compie. Ai suoi sostenitori senza macchia si può suggerire un codicillo, un’aggiuntina, alla luce della realtà del 2009. Diciamo che è fondata sul lavoro, e che ci sarà sempre un giudice a garantirlo. Anzi, a garantire ogni più piccola parte dei nostri rapporti e delle nostre relazioni, non più solo impiegati assenteisti, anche direttori capricciosi. Mi aspetto ricorsi di stelle del calcio svogliate per le notti brave, scocciate per il clima troppo precocemente torrido che si opporranno al licenziamento e trascineranno mister e presidente in tribunale. Il Giudice deciderà con il suo infallibile bilancino, poco conteranno sciocchezze come il merito, il rispetto delle regole, l’opportunità di discutere le cose serie nelle sedi opportune e non con scatti dell’ego espanso, lanci di agenzia, interviste su «papino il breve», biografie dove si rovescia l’immondizia di famiglia, nel senso dell’azienda che ti ha dato pane e caviale. Certamente lo fa perché sei bravo, ma te lo riconosce, e non è poco, e ti tiene come sei. Vorrei vedere il direttore di un quotidiano fare a modo suo con la linea editoriale. Non capita di vederlo.
Non ce l’ho con Mentana, da noi si gioca così, si gioca sporco, uno può essere tredici anni direttore di un telegiornale, quattro anni direttore editoriale, chiamato a firmare e condurre il programma giornalistico di punta del canale e poi rivelare che non gli hanno mai fatto decidere niente. Che lo hanno censurato e oppresso, che lui da tempo scriveva lettere accorate al rappresentante dell’editore chiedendogli di trovargli un’altra occupazione. Può, e gli danno della vittima, poi ragione in tribunale. Può, e gli chiedono seri in tv se ha paura del buio. No che non ne ha, era socialista al tg2 della Prima Repubblica, vice direttore, e sparlava di Bettino Craxi, è stato agnostico al tg5 di Mediaset, ma pur sempre direttore, e sparlava di Silvio Berlusconi. A tutto e tutti è sopravvissuto, senza pagare pegno, anzi proponendosi come modello di indipendenza.
La sera del 9 febbraio scorso una vicenda che avrebbe dovuto restare privata, la morte di Eluana Englaro, divenne, lo era da già fin troppo, argomento pubblico, da televisione del dolore e della polemica. Niente di strano. Canale 5 decise di non cambiare la programmazione, lasciando in prima serata la puntata del Grande Fratello a cui sarebbe seguita la trasmissione di una puntata di Matrix, condotta da Enrico Mentana, dedicata all’argomento. Ma il conduttore voleva la prima serata, come Rai1, e affidò il suo sdegno a infuocati comunicati stampa, seguiti da annuncio, sempre via agenzia, di dimissioni da direttore editoriale. L’azienda non si turbò, fece coprire l’avvenimento dal telegiornale, poi decise la sostituzione definitiva con un altro conduttore. Si può davvero ravvisare in questo comportamento un dolo, un danno inflitto al lavoratore e ai suoi diritti? Chi è stato il più danneggiato?
«Non mi sento più di casa in un gruppo che sembra un comitato elettorale, dove tutti ormai la pensano allo stesso modo e del resto sono stati messi al loro posto proprio per questo», aveva scritto Mentana in una lettera scritta a Confalonieri nell’aprile dello scorso anno e resa nota solo ora nelle pagine del suo libro biografia, scritto in men che non si dica. È un sentimento degno, perfino condivisibile, anche se sopraggiunto con vistoso ritardo sui tempi, uno fa un accordo dignitoso, poi sgombra la scrivania e cerca un altro luogo per un lavoro che lo faccia tornare in una condizione di benessere. Ma non lo è più se per risolvere un dilemma di coscienza si aspetta l’occasione per il caso, per lo scandalo. Tanto più che proprio sul caso Englaro di chiacchiere se ne erano fatte fin troppe. Non lo è più se poi va da un giudice, e si presenta come il nuovo martire del cavaliere nero.