Mentre fuori infuria la crisi il cinema si chiude in casa

nostro inviato a Venezia

Coppie in crisi, genitori irrisolti, triangoli erotici e intellettuali, passioni incompiute, rapporti commoventi, perversioni sessuali assortite. La 68ma edizione della Mostra d’arte internazionale cinematografica fa rotta in questa direzione: quella del privato, degli affetti, dell’intimismo. Niente affreschi e kolossal, ma tanti film con pochi personaggi, quattro, a volte persino due, alla ricerca di un equilibrio affettivo, di una compagnia appagante, di un amore. Non a caso il teatro e la letteratura sono le principali fonti ispiratrici di buona parte del cinema visto fin qui al Lido. Abbiamo ormai doppiato la boa di metà festival, ma basta scorrere rapidamente l’impaginazione dei film in gara decisa da Marco Müller ed è facile accorgersi che, italiani a parte, la rassegna punta sul sentimento. Dopo il primo giorno, infatti, quello del film di George Clooney incentrato sull’immoralità della casta, tutte le opere presentate riflettono sul senso dei rapporti tra singoli, nelle coppie, amanti genitori o fratelli che siano. Ma anche tra un giovane e una governante di straordinaria umanità come nel toccante Tao jie (A simple life) applaudito ieri alla proiezione della stampa. È come se, acclarata la delusione dell’impegno civile e politico, appurati i limiti del capitalismo con le sue promesse di un benessere facile, gran parte dei cineasti da festival avessero scelto telepaticamente di concentrarsi sulla sfera affettiva e psicologica della persona, ultimo terreno nel quale trovare un rifugio, un lasciapassare per la felicità. Effetti della crisi globale? Più che probabile. Ma prima di analizzare il fenomeno conviene raccontarlo guardando il palinsesto del concorso. Dal quale, in un certo senso si sono autoesclusi gli italiani ad eccezione della Comencini (anche lei guarda caso su temi sentimentali), infarciti come sono d’immigrati e extraterrestri raccontati in salsa ideologica più o meno speziata.
Dunque, Le Idi di marzo presentato in apertura, ha subito archiviato la questione della politica. Il giorno dopo, con i suoi quattro genitori in cerca d’autore, Polanski ci ha fatto planare sulla dura realtà di una società occidentale benpensante ma logora, facendo a pezzi il politicamente corretto filantropico, uno dei totem dell’ultimo decennio. Poi è stata la volta di Un été brulant di Phlippe Garrel: anche qui due coppie tormentate e frustrate alle quali non basta il puntello della rivoluzione, dell’arte e della religione per trovare un equilibrio. Il quale zoppica assai malgrado l’aiuto della psicanalisi, tanto che il tavolo a tre gambe di Cronenberg - scienza (Freud), moralità (Jung) e eros (Spielrein) - finisce in frantumi. Serve uno sguardo ingenuo, stupito e romantico per ritrovare la purezza dell’amore, è sembrata dirci invece Marjane Satrapi con il suo maestro di violino, perdutamente innamorato della musica e di una elegante e leggiadra ragazza. Ma qui, non a caso, siamo in piena favola iraniana. Dentro una realtà autodistruttiva e infernale ci ha subito riportato il single trentenne protagonista di Shame (Vergogna) nel quale vengono demoliti in un colpo due miti più che mai attuali. Lo strumento di liberazione per eccellenza si trasforma in una schiavitù devastante, e New York, la più contemporanea delle metropoli, diventa capitale della solitudine. La tragedia incombe anche in Dark Horse di Todd Solondz, nel quale due bamboccioni trentenni non riescono ad assumersi nessuna responsabilità per dar compimento alla passione e abbandonare la loro cameretta da teen agers. Al contrario, trabocca di semplicità la figura di Ah Tao, la serva cinese adottata fin da piccola e senza famiglia ma ora, ricoverata in un ospizio, in grado di trasmettere a chi le è vicino senso di rispetto e generosità per l’umano. È stata lei la protagonista della giornata di ieri.