Mentre la giustizia rischia il caos la sinistra si coccola i magistrati

L’onorevole Mastella ha presentato in Consiglio dei ministri la sua riforma della Giustizia. In realtà è una controriforma perché smantella punto per punto la precedente legge del ministro Castelli, faticosamente approvata verso la fine della passata legislatura. Insomma, si torna all’antico.
La riforma Castelli non era una rivoluzione, ma un faticoso compromesso col partito dei giudici che aveva solidi rami anche nella Casa delle Libertà. Ma ai magistrati non andava bene: c’era qualche privilegio intaccato, anche in materia di retribuzione, e questo andava tolto. Detto e fatto: Mastella ha accolto i suggerimenti dell’Associazione nazionale magistrati, ha redatto la nuova legge, l’ha passata all’Anm per la verifica e le eventuali correzioni e poi l’ha presentata al Consiglio dei ministri che l'ha approvata.
Con questa legge, ha detto Mastella, «abbiamo sepolto l’ascia di guerra della politica nei confronti della magistratura».
No, questa legge è la resa della politica alla magistratura, alla quale si conferisce lo status di potere indipendente della Repubblica in luogo di quell'organo di alta amministrazione che più semplicemente dovrebbe essere.
Niente separazione delle carriere, ma ostacoli bassi al passaggio dalla funzione inquisitoria a quella giudicante e con il che si consacra il predominio dei pm sull’intera magistratura. Niente scatti di retribuzione legati agli avanzamenti di carriera, ma ritorno all’anzianità; drasticamente ridotti i concorsi, della riforma Castelli è rimasta in vita solo qualche prerogativa gerarchica per i capi delle Procure, unica eccezione alla totale vittoria dei pm contro qualsiasi gerarchizzazione della magistratura. Tutti i magistrati sono uguali, non esistono capi, l’unico comandamento è la legge.
Neppure lo stato comatoso della giustizia italiana, gli innumerevoli episodi di cattiva giustizia hanno indotto il Guardasigilli e il governo a guardare un po’ più in fondo ai problemi della giustizia. La durata dei processi è condannata ripetutamente dalla Corte di Strasburgo ma la legge Pecorella, che la riduceva, è stata abrogata. La durata delle cause civili è una delle ragioni della scarsa affluenza di capitali esteri in Italia. Ma anche qui non si fa niente.
Se poi volgiamo lo sguardo alle cose quotidiane, la situazione non migliora. I brigatisti rossi arrestati alla vigilia della manifestazione di Vicenza erano noti da anni alla Procura di Milano che intercettava alcuni di loro addirittura dal 2004. L’operazione è stata affrettata (con il risultato che sui muri di tutta Italia si inneggia agli arrestati) come avvertimento alla sinistra di non alzare troppo i toni a Vicenza (i tempi della Procura di Milano sono sempre tempi politici).
Ma dove abbiamo superato ogni limite, compreso quello della decenza, è il processo aperto per il presunto rapimento dell’imam Abu Omar, con l’incriminazione dell’ex capo del Sismi Nicolò Pollari, di sette dipendenti dell’ufficio e di 26 agenti della Cia operanti in Italia. È intervenuto addirittura il Wall Street Journal che, invitando l’Italia a chiedere scusa all’America, scrive che «il governo di centrosinistra di Romano Prodi non è stato in grado di trovare il coraggio morale di prendere posizione sulla farsa giudiziaria rappresentata dall’incriminazione di agenti americani che, sulla base del diritto internazionale, sono immuni da procedimenti giudiziari italiani».
In realtà, il governo ha fatto di peggio. Ha lasciato che il pm Armando Spataro mettesse fuori combattimento l’intero settore di intelligence operante in Italia contro il terrorismo. In questo momento, per opera di un pm, le nostre difese dal terrorismo sono affidate alla Digos e ai commissariati. E il governo si coccola i magistrati!
*Parlamentare di Forza Italia
Comm. Giustizia della Camera