«Mentre i colleghi facevano festa io ero chiusa in casa a piangere»

Alessandra Tazzioli, «capocabina di prima» ed ex sindacalista, non ci sta: «Sono ferita, quei pugni chiusi sono inaccettabili»

da Genova

«Mentre loro esultavano, io ero a casa a piangere». Scuote la testa Alessandra Tazzioli, 44 anni, assistente di volo con qualifica «capocabina di prima», ex sindacalista, da 21 anni in Alitalia: stringe tra le mani una copia del Giornale di sabato scorso e osserva incredula le scene di giubilo dei colleghi.
Cosa prova nel vedere il comportamento di persone che, come lei, rischiano il posto di lavoro?
«Sono ferita. Non riesco a capire né a tollerare scene di questo genere: quando un’azienda fallisce non c’è niente da festeggiare. Tantomeno ritengo accettabili i pugni chiusi di queste foto. Forse alcune reazioni sono state causate dall’adrenalina e dalla tensione accumulata in questi giorni. Ma le posso assicurare che la maggioranza dei dipendenti dell’Alitalia non ha reagito così quando la trattativa è saltata. La maggioranza aveva le lacrime agli occhi».
E allora chi sono quelli che esultavano a Fiumicino?
«Una minoranza. Che forse è stata più furba di me. E in passato si è costruita un salvagente, mettendo su ristoranti, discoteche, stabilimenti balneari a lato della professione. Loro, adesso, possono permettersi anche di rimanere senza lavoro. Io, separata, con due figli ancora minorenni, no».
Cos’è stato per lei lavorare in Alitalia, per l’Alitalia?
«La realizzazione di un sogno. Ho sempre desiderato diventare hostess, e fino a qualche tempo fa sono riuscita a fare questo mestiere come desideravo. Da una decina d’anni però le cose sono andate sempre peggiorando. E oggi noi assistenti di volo siamo al punto di non poter concedere di più in termini economici e di riposi».
Eppure c’è chi vi vede come una «casta» viziata.
«Niente di più sbagliato. Siamo ordinati e truccati per professionalità e abitudine. Ma la nostra è una vita di sacrifici. Non si vedono crescere i figli, così come si saltano tutte le festività e tutti i compleanni. E ormai non ci sono più i privilegi della compagnia in cui sono entrata nel 1987. Io, ad esempio, residente a Genova, ma di stanza a Milano, sono costretta a pagarmi benzina, autostrada e albergo a ogni turno. È qualcun altro piuttosto che dovrebbe fare delle rinunce».
I piloti?
«Sì, i piloti. Così come nelle trattative si parlava di dividere utopisticamente gli eventuali utili di una nuova Alitalia mettendo al primo posto chi ha in mano la cloche, allo stesso modo vanno ripartiti i sacrifici. Perché loro avranno anche la responsabilità dell’intero aereo, ma noi assistenti di volo non siamo solo quelli che portano da mangiare e da bere ai passeggeri».
Come pensa che finirà?
«Pur non essendo d’accordo con tutte le richieste della Cai, mi rendo conto anch’io che in questo momento le alternative sono nulle. Spero ancora che ci sia spazio per la trattativa. Di fronte al fallimento non si può rifiutare».
E se l’ipotesi peggiore dovesse concretizzarsi, cosa farà?
«Non lo so. Non ci ho ancora pensato. Di certo dovrò riprogrammare tutta la mia vita. Ma sono pronta a fare qualsiasi cosa. Ho ancora in tasca il tesserino di accompagnatrice turistica di quand’ero ragazza. Certo, se si mettessero d’accordo...».