Mentre l’«effetto Tir» continua a far lievitare le quotazioni dei generi alimentari, l’inflazione nell’area euro arriva a toccare il 3,1% in novembre

Il ministro Ferrero invoca il congelamento per il 2008 Almunia «molto preoccupato», si guarda alla Bce

da Roma

L’«effetto Tir» colpisce duramente i prezzi dei generi di prima necessità, con aumenti nel settore alimentare che arrivano anche al 30%. Ma le tensioni inflattive non riguardano solo l’Italia. I rincari di greggio e alimentari hanno spinto l’inflazione al rialzo, in novembre, nell’intera Eurozona: i prezzi al consumo sono cresciuti in media del 3,1%, a causa di un aumento mensile dello 0,5%. Per trovare un’inflazione simile bisogna ritornare al maggio 2001.
Volano ancora sui mercati italiani, i prezzi di verdura e frutta. La Confederazione agricoltori (Cia) segnala un rincaro del 750% della lattuga. I consumatori sperano che il faticoso ritorno alla normalità nella distribuzione delle merci, dopo lo sciopero dell’autotrasporto, consenta una normalizzazione dei prezzi; ma intanto la politica si appropria della questione. «Quando sento che i prezzi sono aumentati del 30%, allora vuol dire che si è perso il senso della realtà - commenta Romano Prodi -; è vero che l’inflazione è preoccupante, ma in Italia siamo sotto la media europea», al 2,4%. Il ministro della Solidarietà Paolo Ferrero invoca un blocco dei prezzi «da ora per l’intero 2008», e il ripristino del regime dei prezzi amministrati per alcuni generi essenziali, come il pane. La Confcommercio a sua volta denuncia gli allarmi «immotivati e destituiti di fondamento» su supposti «rincari selvaggi», allarmi che hanno un effetto devastante, dicono i commercianti, sul clima di fiducia delle famiglie.
Chi è di sicuro allarmato è l’eurocommissario Joaquin Almunia, che fino a qualche giorno fa riteneva l’economia della zona euro in gradi di assorbire choc inflazionistici. «Quello odierno è un dato peggiore delle aspettative, e Almunia è molto preoccupato», commenta la portavoce del commissario. Bruxelles spera che si tratti di una «bolla», legata alle quotazioni del petrolio e ai rincari degli alimentari, e che a partire dalla seconda metà del 2008 la situazione ritorni alla normalità. L’inflazione core, depurata dalle componenti più volatili (petrolio e alimentari) fa segnare infatti un + 2,3%, con un aumento dello 0,2% rispetto a ottobre.
Si teme anche una «stretta» da parte della Bce, finora prudente per il momento difficile dei mercati finanziari e per la crescita economica in calo. Il governatore lussemburghese Yves Mersch però ricorda che, di fronte ai rischi di inflazione emergenti, «la Bce è pronta a intervenire, in modo deciso e tempestivo». La Riserva federale Usa continua invece a praticare il pragmatismo, riducendo i tassi anche con tensioni sui prezzi. Ma in novembre l’inflazione Usa ha raggiunto il 4,3%, il massimo degli ultimi due anni. Un dato che mette la Fed in una condizione di difficoltà rispetto a un possibile nuovo taglio dei tassi.