Mentre Marrazzo andava a trans, la sanità del Lazio andava a picco

Nella giunta Marrazzo hanno sempre dimostrato un certo gusto a stare sopra le righe. E non solo lui, il presidente caduto nella polvere. Prendiamo l’assessore al Bilancio, l’austero e un po’ triste Luigi Nieri. Il 28 febbraio 2007: «A partire dal 2008 il debito straordinario del Lazio sarà azzerato. Un risultato straordinario...». «Un lavoro straordinario», lo aveva già detto lo stesso Piero Marrazzo il 26 ottobre 2006. E il 15 ottobre 2009 nell’ultimo intervento in consiglio regionale, grondante esclamativi e overdose di ottimismo, oltre a magnificare il «pieno rispetto» del rientro dal debito ha definito una «rivoluzione copernicana» il piano sanitario del successivo triennio. Ma eravamo in piena zona Natalie, Brenda e compagnia. E si può anche capire. Sempre nell’intervento del 26 ottobre 2006, un’ora e 49 minuti, con voce impostata e convinto ancora di essere a Mi manda Raitre, quando ai giornalisti sgomenti rivelò che «è di 10,4 miliardi il debito nella sanità» lasciato dal predecessore di centrodestra Francesco Storace, profetico, annunciò: «Il caso Lazio è un’emergenza nazionale finanziaria, etica e morale alla luce degli scandali registrati».
Adesso ci si potrebbe ridere sopra. Piangere. O semplicemente chiedersi se per caso i governatori regionali siano monarchi assoluti senza controlli, con troppo potere e troppi soldi.
«Debito zero»: la guerra (persa) di Piero
Dopo cinque anni di giunta Marrazzo, trascorsi invano, e il tentativo, fallito, di dare la colpa al governo Berlusconi, il risultato è il seguente. La perdita nella sanità laziale nel 2006 è stata di due miliardi di euro, di 1,6 miliardi nel 2007, di 1,7 nel 2008. Nel 2009 sarà qualcosa in meno, si stima intorno al miliardo e 700milioni, ma questo è l’ordine delle cifre. E a oggi il Lazio vale da solo il 60 per cento del debito sanitario nazionale. In base al piano di rientro concordato con Prodi a Palazzo Chigi nel 2006 la Regione nel 2008 avrebbe dovuto raggiungere il pareggio tra costi e entrate, grazie ai quattrini del fondo sanitario nazionale, ai ricavi propri (ticket e prestazioni a pagamento), alla fiscalità regionale (nel Lazio le addizionali Irpef e Irap sono al massimo) e, se proprio tutto ciò non fosse bastato, con assestamenti di bilancio (cioè trasferimenti di risorse da altri capitoli). Niente di tutto ciò. La guerra di Piero al debito sanitario è una disfatta.
A poco più di un mese dal voto regionale (28 e 29 marzo prossimi) nessuno può dire con assoluta certezza quanto profondo sia il «buco» della sanità. Non che tutte le colpe siano della giunta Marrazzo, errori e sprechi (troppi) si sono sedimentati negli ultimi 15 anni e forse più. Vista da qui l’attenzione prestata agli aspetti più voyeuristici e morbosi delle vicende del governatore, i filmini con trans e i festini con la coca e tanti, troppi soldi in contanti, sembra una ventata di follia. Meno ci si è concentrati sui danni collaterali, ricaduti anche sulla sanità laziale, una macchina importantissima che «sforna» 1,5 milioni di ricoveri l’anno, è il settore della vita pubblica che più incide su quella privata, sulla salute, le speranze e le sofferenze dei cittadini.
Nel più grande ospedale d’Italia mancano i rianimatori
Policlinico Umberto I, prima pietra posata nel 1888. Non è l’ospedale più grande di Roma. È il più grande d’Italia. Nelle settimane precedenti alle ferie natalizie il professor Paolo Pietropaoli, primario del Dipartimento di anestesia-rianimazione, nel suo ufficio ha girato e rigirato tra le mani i fogli presenze dei medici anestesisti e rianimatori per le ferie natalizie. «Ho provato tutte le combinazioni ma c’è sempre una casella vuota» ha confidato ai suoi collaboratori: «L’unica soluzione è: dove servirebbero due persone, metterne solo una». L’organico è sotto di 28 unità. Parliamo di uomini e donne in prima linea su quel sottilissimo confine fra la vita e la morte, indispensabili in sale operatorie e terapie intensive.
Il paradosso però è un altro. Se nelle sale mancano 28 anestesisti, i 25 giovani medici appena formati dalla scuola di specializzazione in anestesia della Sapienza, altamente selettiva, con costi pubblici notevoli, sacrifici personali e delle famiglie enormi, sono a spasso. Perché? Al Policlinico Umberto I non si fa un concorso per assumere anestesisti - idem per le altre figure professionali - dal 2000.
Si sono mossi i sindacati e pare, forse, che quest’anno dalla Regione arriverà la deroga per sanare i precari: medici ormai sulla soglia dei 40 anni. «Ma mancano sempre 28 specialisti. Nessuna azienda funziona con 28 persone in meno» dice il professor Pietropaoli.
Sanità pubblica: blocco del turn over e turni doppi
Quello che accade nel più grande ospedale d’Italia accade negli altri ospedali romani. Al Sant’Eugenio, al San Carlo di Nancy, al San Giovanni. A Civitavecchia, non si sa come, sono riusciti ad avere qualche assunzione. Per il resto la risposta è sempre quella: «È tutto fermo». Blocco del turn over e raddoppio dei turni, questa è l’unica vera ricetta taglia-costi attuata. Servizi e assistenza sono garantiti ogni giorno. Come? Con il superlavoro. «Strutturati», gli specialisti con contratto a tempo indeterminato e i «co.co.co» in camice bianco, spremuti come limoni. «Su noi specializzandi - laureati che frequentano la scuola di specializzazione, ndr - contano a pieno titolo reparti e sale operatorie» dice un medico neolaureato che ha appena cominciato la scuola di specializzazione al Sant’Andrea, il più moderno degli ospedali romani. Vuole restare anonimo («non si sa mai»): «Ma non abbiamo ferie, né diritto alla malattia, né altre tutele».
Sanità privata: i tagli sulla pelle dei poveri cristi.
A giugno e luglio, ad un anno dalle elezioni, la giunta Marrazzo in affanno ha preso di mira l’obiettivo più facile: la sanità privata (36% dei posti letto e 28% delle risorse). Giù a colpi di scimitarra, si tagliano posti letto e prestazioni per acuti, lungo-degenze e riabilitazione. Certo sulla base delle indicazioni di politica sanitaria nazionale e del piano di rientro dal debito, ma mal interpretate e peggio attuate. D’accordo, sono i settori con l’«offerta» in eccesso, la spesa per post acuti e riabilitazione inghiotte 1,5 miliardi l’anno. Ma l’impressione è che a pagare il conto siano i poveri cristi, i più indifesi: pazienti in coma, post comatosi, quelli che «costano troppo».
Alfredo Montecchiesi, vicepresidente dell’Aiop, una delle due associazioni che raggruppa le case di cura private, fa una lunga premessa: «Le spese delle strutture pubbliche sono pagate a piè di lista e un posto letto nel pubblico nel Lazio costa 1.600, 1.700 euro al giorno. Noi dobbiamo rispettare tariffe precise che sono ferme dal ’96. Per la lungo-degenza il rimborso dalla Regione è di 137 euro e 90 centesimi al giorno a posto letto». Non è una cifra da ostriche e champagne, e in questo ci deve rientrare tutto: assistenza medica e alberghiera, diagnostica, consulenze, ausiliari e primari. «Come facciamo ad affrontare gli aumenti per il personale previsti dai contratti di lavoro?» chiede Alfredo Montecchiesi e a sua volta ripete: «Quale azienda è in grado di reggere con tariffe ferme al ’96 e far fronte all’acquisto di materiali diventati molto più costosi?».
I festini coi trans e la «rivoluzione copernicana»
La «rivoluzione copernicana» consiste in questo. Per i primi 60 giorni di ricovero la tariffa di 137 euro al giorno viene pagata dalla Asl, da 60 al 90° giorno scende a 95 euro in attesa di una sistemazione in una residenza sanitaria. Che di solito è ben lontana da venire. Prima le aziende sanitarie continuavano a corrispondere la tariffa piena. Adesso dal 90° giorno per metà paga la Asl, per metà il paziente. E se il paziente non può? La famiglia. E se la famiglia non c’è o non può? Il Comune. Ma in una metropoli come Roma è una cosa da scherzi a parte. «È come se una categoria di malati fosse stata cancellata per decreto» dice Alfredo Montecchiesi dell’Aiop. Risparmio previsto da questa «rivoluzione copernicana»? Venti, forse venticinque milioni di euro su una perdita media annua di 1,7 miliardi.
Occhio alle date. I decreti che rivoluzionano la materia sono il 41, firmato da Piero Marrazzo il 18 giugno, il 48 (tagli nelle strutture psichiatriche) firmato il 7 luglio, quattro giorni dopo l’ormai famoso incontro del governatore con il trans Natalie. E il 51 del 28 luglio, quando ormai Marrazzo sta per andare in ferie ma è alle prese con le telefonate di Brenda e il torbido ricatto a base di festini hard, coca sul tavolo e tanti, troppi contanti sul comodino, come racconterà poi lui stesso. Sì, Piero aveva altro di cui occuparsi.
pierangelo.maurizio@alice.it