Il menu è fisso, nessuno si lamenta ma per motivi religiosi c’è chi si rifiuta di mangiare carne il venerdì. In una giornata vengono serviti 800 pasti Alla mensa dei frati tra poveri e padri separati La Fondazione di via Bertoni offre cibo a chi non c

Non solo senzatetto, ma anche ex dirigenti che hanno perso il lavoro

Scalpitano già da un’ora, in fila dietro le transenne. Guardano nervosamente il «buttadentro» che, orologio alla mano, si appresa ad aprire la porta. Ecco, sono le 11.30, apre la mensa della Fondazione San Francesco di via Bertoni. Calma. Senza fretta. Nessuno spinge. Anzi, lentamente e in silenzio, cominciano a sfilare davanti ai banconi, come in una qualsiasi tavola calda. Per carità, non c’è molto da scegliere: il pranzo di questo venerdì, quando anche noi ci siamo mischiati tra i volontari, prevede spaghetti con il pomodoro, polpette e insalata. Pane e acqua del rubinetto a volontà. Ma, sorpresa, c’è anche il dessert: panettone e dolci confezionati, crème caramel, tiramisù. Vale a dire quel che passa il convento e, trattandosi dei frati francescani, mai termine fu più appropriato. Il menù infatti varia in base alle donazioni che riceve la Fondazione da aziende, grandi catene di distribuzione, panetterie e negozi di alimentari e soprattutto dal Banco Alimentare che garantisce il 40 per cento dei rifornimenti.
La provenienza
La mensa di via Bertoni (7/800 pasti tra pranzo e cena) è una delle tante gestite da diverse organizzazioni, cattoliche e laiche, e ordini religiosi in città. Per accedervi bisogna passare attraverso la selezione del servizio sociale della Fondazione, farsi inquadrare come indigente e quindi pagare 5 euro per due mesi. Cifra molto simbolica, anzi, spesso versata solo virtualmente. Stabilita unicamente per cercare di responsabilizzare gli utenti. Utenti che nella stragrande maggioranza, potremmo azzardare un 80 per cento, sono stranieri, divisi per sommi capi nelle due grande aree etniche: mondo slavo - in particolare Paesi balcanici, Russia e Ucraina - e Africa, del nord e Subsahariana. Più bassa la presenza di sudamericani, mediorientali e italiani. Rari infine i tratti mediorientali.
La fame
Molti sono giovani e giovanissimi, quasi adolescenti. Spauriti, si guardano attorno, cercando di sfilare nella maniera più discreta possibile. Nessuna lamentela sul cibo, mangiano tutto e soprattutto in grandi quantità, chiedendo spesso il bis. Questa è fame, fame vera, signori, mica scherzi. Tanti si dimostrano attenti allo spreco. Oggi per esempio c’è abbondanza di dolci, due confezioni a testa. Molti però si scherniscono educatamente: «No, no, basta una grazie». E poi sorridono con nulla. Basta una banale domanda : «Come stai?» e il volto si illumina: «Bene grassie e tu?». E quel sorriso, che interrompe finalmente la perenne smorfia di dolore impressa sui loro volti, è l’unica ricompensa del volontario. Ma vale un Perù.
Il cibo
Molto alta la presenza musulmana, nelle diverse sfumature. Le polpette per alcuni sono un problema. Ma si tranquillizzano subito quando spieghiamo che sono di vitello, non di maiale. «Allora va bene, grazie». I più osservanti chiedono se c’è del tonno o del formaggio: «No, mi dispiace, oggi solo polpette». «Allora solo insalata». Be’ a onor del vero c’è pure qualche cattolico che punta i piedi: «Non è possibile - fa una signora di mezza età - è venerdì e ci date carne? Ma la religione dove la mettiamo». Poi la fame ha il sopravvento, riempie il piatto e passa oltre.
I nuovi poveri
Si perché, come detto, non mancano gli italiani. E non barboni o tossici, per altro presenti, eccome, ci mancherebbe altro. Davanti a noi sfilano anche i «nuovi poveri». Sia a pranzo che a cena infatti notiamo un signore sui 70, alto, magro, elegante nel vestire e nei modi. Il suo italiano forbito rivela studi regolari. Minimo le medie superiori. E poi un quarantenne che sembra appena uscito dalla Borsa. Molto curato, fisico asciutto, capelli brizzolati, abiti di ottimo taglio. «Ma come - sussurriamo dando di gomito al nostro vicino - allora è vero, non è una leggenda metropolitana?». Si è vero, in mezzo agli emarginati «tradizionali» fanno capolino anche loro: dirigenti licenziati dopo una certa età che non hanno saputo riciclarsi. Scendono lentamente i gradini della disperazione, perdono la famiglia, finiscono i risparmi e si e no conservano quattro mura dove rifugiarsi. Per il resto non hanno più il becco di un quattrino e devono arrangiarsi con le mense. Per non parlare, fenomeno ancora più diffuso, dei mariti separati che hanno lasciato casa e figli alla moglie. E per pagare gli alimenti sono costretti a risparmiare su tutto, nel senso più radicale del termine: dormono in auto e mangiano dai frati. Infine qualche anziano che con la pensione riesce si e no a pagare l’affitto, riscaldamento, luce, acqua e gas. Poi finiti i soldi anche loro in coda.
Pranzo e cena
Ma anche tra gli stranieri, non tutti sono proprio senza arte né parte. Molti hanno un’occupazione, in nero e sottopagati, e devono mandare qualche soldo a casa. Che fai allora? Un tetto devi averlo, quindi si ammassano in dieci in un monolocale. Poi frugalità spinta. Così la «clientela» di via Bertoni cambia tra pranzo e cena. Di giorno più barboni ed emarginati, di sera i lavoratori. Uno di loro, un biondone grande e grosso dagli evidenti tratti somatici slavi, mentre ritira il tiramisù sospira profondamente. «Stanco, molto stanco. Appena finito lavoro». «Ah si, e da quando hai un’occupazione?». «Una settimana, ma no ancora pagato, soldi solo a fine mese. Speriamo bene». Si, speriamo bene. Nel senso che speriamo di non rivederti più qui amico e buona fortuna.