Meocci: «Allarme per i conti Rai Si rischia un buco da 80 milioni»

Il direttore generale chiede il ritocco di canone e quote pubblicitarie per limitare il deficit del 2006

Fabrizio de Feo

da Roma

Alfredo Meocci fa scattare l’allarme sui conti di Viale Mazzini. E batte cassa con decisione, prendendo indirettamente le distanze dalla gestione precedente che aveva chiuso il bilancio con un utile di 110 milioni di euro e un dividendo pagato al Tesoro di 80 milioni. «L’azienda ha l’obiettivo non facile del pareggio, ma si aspetta che le istituzioni facciano la loro parte visto che nel 2006 la Rai registra un rischio di perdita tendenziale di oltre 80 milioni di euro», anche se «visti gli ottimi ascolti, la Sipra sta rivedendo al rialzo le sue previsioni», dice il direttore generale davanti alla commissione di Vigilanza. Questa situazione, spiega, «comporta una serie di interventi per riequilibrare i conti che costerà notevoli sacrifici all’azienda». Cifre smentite immediatamente dal predecessore di Meocci, Flavio Cattaneo: «Il 2005 chiuderà in utile, così come era stato per il primo semestre e anche per il 2006, se verranno approvati gli action plan, come ho più volte ribadito, e non presenterà particolari criticità».
Adeguare il canone all’inflazione. Meocci ricorre alla matematica finanziaria per individuare le cause del disagio economico. «Negli ultimi sei anni il canone è aumentato del 9%, l’inflazione del 14%. E questo ha comportato un impatto da 60-80 milioni di euro sui conti». Il tutto in un momento in cui «viene chiesto alla Rai di fornire continuamente nuovi prodotti e nuovi servizi». A preoccupare l’ex giornalista del Tg1 anche i limiti normativi imposti alla raccolta pubblicitaria. Paletti che impongono «all’azionista e ai referenti istituzionali di individuare indirizzi per intervenire sulla dinamica delle risorse». Da parte della Rai è già pronta una proposta: introdurre nel prossimo contratto di servizio una formula per calcolare in termini sicuri l’ammontare del canone.
Stop alla privatizzazione. Per Meocci la privatizzazione della Rai «è di fatto sospesa». Ma, al di là della collocazione sul mercato, la Rai rischia di subire un ridimensionamento e diventare una «piccola Rai» se non ci saranno interventi che «ridisegnino introiti e struttura dell’azienda». La ricetta ipotizzata da Meocci riguarda sia il fronte del canone che quello della raccolta pubblicitaria: sul primo l’azienda si dice pronta a rendere trasparente il finanziamento del servizio pubblico con la separazione contabile. Sul secondo, Meocci sottolinea la necessità di rivedere gli attuali limiti alla raccolta pubblicitaria, in modo da poter competere sul mercato senza avere le mani legate. Un obiettivo su cui pare che il successore di Flavio Cattaneo stia lavorando alacremente visto che filtrano voci su un progetto di separazione contabile a cui i dirigenti si starebbero dedicando «giorno e notte».
Una Rai libera e autorevole. Il direttore generale della tv di Stato torna anche sulle polemiche generate dalla messa in onda di Rockpolitik: «Se si voleva un programma camomilla non si chiamava Celentano. Certo si poteva fare un contratto diverso, ma bisogna vedere se Celentano lo avrebbe accettato. In quel momento per la Rai siglare quel contratto voleva dire anche un ritorno di immagine e una garanzia di ascolti». «Quel che è certo è che oggi sul fronte dell’informazione - continua Meocci - serve non solo libertà ma anche autorevolezza».
Basta vincoli politici. In commissione di Vigilanza prende la parola anche Claudio Petruccioli: «C’è un solo modo per rifondare il servizio pubblico: tagliare il cordone ombelicale della dipendenza dalla politica». Il presidente di Viale Mazzini sottolinea che il maggioritario «riconduce inevitabilmente la Rai allo spoil-system» e questo si traduce a lungo andare nella «liquidazione del servizio pubblico». L’ex parlamentare diessino assegna, però, grandi responsabilità all’attuale vertice: «L’attuale cda è emanazione della politica» ma «può avere senso e ruolo se viene vissuto come l’occasione per la politica di prendere piena coscienza delle proprie responsabilità. Paradossalmente una ricollocazione dell’azienda rispetto alla politica non possono farla né i tecnici né i professori: devono prendersene la responsabilità i politici».