Il meraviglioso mondo di Alice

Michela Giachetta

Alice arriva in città. L’Alice di Lewis Carroll, quella di radio Alice, emittente bolognese degli anni Settanta. Quella di De Andrè che faceva il whisky distillando i fiori. L’Alice di Scorsese che non abita più qui (se mai qui è stata), quella del ristorante di Arthur Penn, cantata anche da Arlo Guthrie. L’Alice di De Gregori che guarda i gatti e quella di Wim Wenders, che viaggia nelle città. Tutte insieme riunite nello spettacolo Alice, una meraviglia di paese, che Lella Costa porterà all’Ambra Jovinelli, dal 10 al 22 gennaio, alle 21. Per accompagnare la sua Alice in questa meraviglia di paese l’attrice milanese ha chiesto l’aiuto di Giorgio Gallione, il regista che insegue la bambina bionda praticamente da sempre (l’ha portata in scena in quattro diversi spettacoli) ed è autore dei testi assieme a Massimo Cirri, Adriano Sofri e alla stessa Lella Costa. Per farla danzare, ci saranno le musiche di Stefano Bollani.
Perché ha scelto di portare in scena Alice?
«Perché è un personaggio storico, che fa parte del mondo dei bambini e degli adulti. Perché parla dell’infanzia e del tempo, due temi a me molto cari, spesso trascurati. Carroll scrive all’inizio del suo racconto: “Lascia da parte il tempo se vuoi capire questa storia”. Mi sembrava una bella sfida per chi, come me e come tutti, del tempo è prigioniero».
Chi è Alice?
«Questa Alice non è soltanto la bambina bionda e appena un filo saccente, croce e delizia di un signore geniale e visionario. È anche altro. È un simbolo. È la radio che da Bologna negli anni Settanta raccontava in diretta il mondo che esplodeva. È quella di De Gregori e De Andrè. È il nome che oggi si ritrovano addosso tante giovani donne che sono nate quando i loro genitori pensavano che il mondo si potesse cambiare, o almeno colorare in un altro modo. È il più visionario (e meno infantile) dei film di Walt Disney. È tutte noi ragazze che a ogni età e in ogni situazione ci sentiamo vagamente a disagio, o fuori posto, troppo grandi o troppo piccole o magre o grasse, comunque inadeguate, comunque incapaci di scegliere la parte giusta del fungo, la cosa giusta da fare».
Alice sta alle signore come Peter Pan, citato nello spettacolo, sta agli uomini?
«La differenza è che Alice sta benissimo, mentre Peter Pan ha dato il nome a uno sindrome... solo gli uomini potevano inventarsi una sindrome per giustificare l’incapacità tutta maschile di fare le cose, di crescere».
Mentre la sua Alice com’è?
«Alice è la metafora del mondo alla rovescia, dell’individuo che non fa un passo indietro nemmeno per prendere la rincorsa, che è sempre nel posto giusto nel momento sbagliato. Ma Alice, fuor di metafora, è anche quella capace di attraversare gli specchi. È piena di coraggio e curiosità. In forma, quindi, senza nessuna sindrome».
Quali sono le maraviglie del paese che attraversa?
«Il verbo to wonder in inglese (il titolo originale del libro di Carroll è Alice’s adventures in Wonderland, ndr) significa sia meravigliarsi che chiedere. Le meraviglie bisogna imparare a vederle, ci si deve interrogare. Alice fa un sacco di domande. Durante lo spettacolo non parlo tanto delle meraviglie, quanto della capacità di meravigliarsi».
Di ciò che accade nel nostro paese?
«Più in generale di ciò che accade nel mondo. A un certo punto dello spettacolo, racconto che Alice arriva a casa della Duchessa, la quale sta cullando un neonato in lacrime, cantandogli una filastrocca e dandogli una violenta scossa alla fine di ogni strofa. Da lì colgo il pretesto per snocciolare il rapporto Unicef 2005. I dati del rapporto sono una di quelle cose di cui ci si dovrebbe meravigliare, in maniera negativa, sempre».
È questa la morale della favola?
«Nessuna morale, solo una speranza: quella di riuscire a vedere le cose anche da un altro punto di vista, come fanno i bambini. E di riuscire a osare, per attraversare, come Alice, gli specchi che ognuno di noi ha davanti».
E la storia come finisce?
«Cito Carroll: “Arrivati alla fine, ci rendemmo conto che non c’era una fine, e di questo ce ne rallegrammo, perché significava che ci sarebbe stato un seguito”».