Mercati: la via europea e quella Usa

Nei mercati finanziari si dibatte se si debbano concentrare le autorità di regolazione e le borse. Perché? Una ragione cruciale è lo sviluppo tumultuoso degli hedge funds. I fondi gestiti sono aumentati da 400 miliardi di dollari nel 2000 a oltre 1.500 nel 2007.
Nello stesso periodo, si è ampliata la quota dei cosiddetti fondi di fondi, mentre si è ridotta quella dei pension funds. E questo non è un segnale sano. Infatti, per definizione questi intermediari dovrebbero allocare il capitale verso le iniziative produttive con le migliori prospettive di redditività. Se invece si comprano l’un l’altro, forse per ridurre l’esposizione al rischio, aumentano le commissioni di intermediazione all’interno del settore, e si riduce la funzione di far avvicinare il risparmio all’impresa. Tutto questo non riduce il rischio sistemico e necessita di strategie di regolazione. Come? Una tentazione della politica europea è quella di concentrare l’attività di supervisione per eliminare le frammentazioni a livello nazionale e aumentare la dimensione e quindi l’efficacia degli strumenti da utilizzare, così da sfruttare meglio le economie di scala. A questa si contrappone una visione più liberale, basata sulla “regulatory competition”, discussa in un interessante seminario Aspen a Venezia, secondo cui la competitività del mercato finanziario europeo passa dalla competizione virtuosa che si può instaurare fra i diversi soggetti regolatori europei; anzi, ciascuno potrebbe offrire la propria “best practice” per rendere il mercato europeo più attraente di quello americano. In questa direzione è andato l’Ecofin auspicando codici di autoregolazione per gli hedge funds, che possono scaturire dalla persuasione morale esercitata dalle autorità di vigilanza.
Con istituzioni attraenti, l’euro cerca di sfidare il dollaro: l’euro costituisce ormai il 40% delle riserve globali e la creazione di un grande mercato europeo (una super Borsa) servirebbe a superare l’attuale frammentazione di oltre 30 Stock Exchange sparsi per il Continente. Ma nessuno ha il coraggio di dire dove: Londra? Francoforte? Parigi? D’altra parte, se chiedete a un economista Usa, vi risponderà: il dollaro è ancora dominante a livello mondiale, nel commercio, nelle quotazioni del petrolio, nelle transazioni fra Banche Centrali, e perché no, nel mercato nero. Rimane però il problema di fondo: in caso di crisi sistemica, qual è il sistema migliore per difendere il mercato? L’Europa con le sue divisioni o l’America con la sua concentrazione?
*Odinario di Economia politica
Università di Perugia