Dal mercato ai cannonieri in crisi i sette peccati capitali del Diavolo

I sette peccati capitali del Milan. Bastano e avanzano per spiegare quel che succede ai campioni d’Europa in queste settimane di buio pesto. Senza cedere al catastrofismo solito né alle indulgenze plenarie che pure sarebbero dovute al club che ha collezionato il maggior numero di trionfi al mondo, più del leggendario Real Madrid.
A Tokio in testa. Il viaggio in Giappone è ancora lontano (metà dicembre) ma resta uno degli obiettivi principali fissati dalla real casa, prima di cominciare la nuova avventura. Il gruppo è in grado di preparare, benissimo, una finale, un appuntamento. Per vincere la corsa a tappe c’è bisogno di maggiori risorse, fisiche e nervose, oltre che tecniche.
B Rosa inadeguata. Il limite dell’attacco non è ingigantito solo dall’infortunio a Ronaldo (tornerà contro la Samp) o dall’attesa per utilizzare Pato (contratto da depositare il 4 gennaio): c’è dell’altro. Inadempienze complessive della rosa che spinge, per esempio, Ancelotti ad utilizzare Ambrosini centravanti contro l’Empoli e a tenere fuori Cafu, Emerson, Brocchi e Gourcuff anche nelle sfide di basso rilievo.
CQuestione tattica. Disarmato in attacco, il Milan, nelle partite interne da vincere a ogni costo commette un paio di errori clamorosi: porta avanti quasi tutto il centrocampo e i due difensori laterali, sguarnendo in modo sconcio la difesa, esposta a qualsiasi contropiede. Non solo, ma continua a subire gol dello stesso conio: con cross da destra o sinistra e capocciata o deviazione vincente sul primo o secondo palo (Mutu, Pisano, Martinez, Saudati gli autori in successione). D’altra parte l’elenco dei goleador rossoneri è illuminante: al primo posto c’è Kakà (con 6 reti di cui 4 su rigore), poi Ambrosini e Seedorf con 2, quindi Nesta con una. Degli attaccanti solo Gilardino è presente nella lista (2 timbri alla Lazio), Inzaghi sempre a secco.
D Fattore età. Non è solo questione di senso di appartenenza e attaccamento alle proprie bandiere. C’è anche l’esigenza economica, connessa al calcio-mercato ridotto del Milan attuale. Se si rinnova il contratto a Cafu, a Favalli, a Serginho e a Maldini, il motivo, inconfessato, è un altro: che non ci sono le risorse per coprire le caselle, tutte in una volta. Con l’infortunio di Jankulovski (menisco, verrà operato: 2 mesi per il recupero), Ancelotti non ha scelte: deve ricorrere a Favalli oppure a Serginho che non sono proprio dei giovani virgulti.
E Mercato al ribasso. Dopo la dichiarazione di Silvio Berlusconi, il presidente, sul conto di Ibrahimovic, non c’è più segreto che tenga. Negli ultimi anni, il Milan ha vissuto un mercato al ribasso per non alterare il proprio bilancio, chiuso in attivo nel 2006 (idem o quasi nel 2007). C’erano, serviti su un piatto d’argento, Zambrotta e Buffon, oltre a Ibrahimovic. Poi, per correre ai ripari, sono stati bruciati molti milioni per avere Ronaldo e Oddo. Il secondo è di spessore modesto, il primo oscurato dai guai fisici che stanno durando oltre il lecito. E qui c’è la responsabilità dello staff medico.
F Arbitri contro. È uno degli ultimi motivi, non può essere sbandierato come un alibi, ma si tratta di un fatto. E come tutti i fatti, non si discutono. L’elenco dei torti arbitrali subiti dal Milan è inquietante: gol in fuorigioco concesso al Siena, gol irregolare dato al Palermo, gol buono tolto a Inzaghi contro il Catania, rigore assegnato e poi negato contro la Lazio, rigore macroscopico negato con l’Empoli. Non c’è nessun complotto, naturalmente, semmai c’è una tendenza nuova, patrocinata dall’avvento di Collina: fischiare contro le grandi per dimostrare l’assenza di sudditanza psicologica.
G Imborghesimento. È un fenomeno collettivo e riguarda anche lo staff tecnico. Ancelotti e i suoi assistenti (Tassotti e Costacurta, appena entrato e in disparte) non hanno modificato il disegno geometrico, portato novità, puntato su un giovanotto per una serie di partite (Gourcuff). In cento curve precedenti, Carletto si è inventato qualcosa: Pirlo metodista, Seedorf e Rui Costa tre-quartisti. Stesso discorso per la società: immaginava che il trionfo di Atene valesse come bonus eterno. E invece nel calcio italiano, i fischi sono dietro l’angolo.