Mercato, cartello in dialetto: multa

Un pescivendolo triestino dovrà pagare 1.167 euro perché ha esposto i nomi dei prodotti in lingua locale: &quot;Sarà sbagliato ma il termine tradizionale dà più garanzia ai nostri clienti&quot;. Il ministro Zaia: &quot;Un regolamento Ue contrario al buon senso&quot;<br />

Scrivi solo in dialetto il nome del pesce in vendita? Ti becchi un multone grazie a una delle puntigliose normative europee. È capitato a Trieste, dove una bancarella, nella centrale piazza Ponterosso, esponeva la merce con i nomi locali: sardoni per le alici o caperozzoli per le vongole. Uno zelante pubblico ufficiale della Capitaneria di porto, armato di penna e verbale, ha appioppato una multa di 1.167 euro, per la gravissima mancanza.

«Abbiamo sbagliato. Sappiamo che per legge bisogna indicare i nomi dei pesci in lingua italiana, ma da parte della Capitaneria la tolleranza è zero» spiega al telefono dall’estero Guido Doz. Pescatore e titolare con il fratello Michele di vari punti vendita è pure responsabile in Friuli Venezia Giulia del settore ittico per l’Associazione generale delle cooperative italiane (Agci). «Il nome tradizionale del pesce da maggiore garanzia al consumatore locale – spiega Doz che ha scritto al dicastero delle Politiche agricole - Spero che la lettera arrivi sul tavolo del ministro Luca Zaia sensibile alla cultura dei dialetti».
«Stiamo verificando il caso di Trieste - spiega Zaia a il Giornale -. Pare che esista una normativa europea che impedirebbe l’uso del dialetto come lingua materna, ovviamente comprensibile ai consumatori locali. Se così fosse sarebbe un altro esempio di eurocrazia fallita. Stiamo verificando la possibilità di impugnare questo regolamento che è contrario al costume, alla cultura e soprattutto al buon senso».

La norma comunitaria anti dialetto è la 2065 sulle etichettature dei prodotti. Poi recepita da una legge italiana sulla «Denominazione commerciale del mercato ittico». In realtà fra le pieghe della legge è possibile utilizzare il nome tradizionale e locale del pescato, ma solo se accanto c’è la dicitura in italiano. Grazie alla burocrazia comunitaria il tipico ribone triestino diventa un misterioso pagello fragolino. Il guato, che si pescava da piccoli con la lenza, si trasforma miracolosamente in ghiozzo e l’asià, un piccolo pescecane, diventa palombo. Per non parlare dei pedocci, i gustosi frutti di mare, che bisogna chiamare cozze. Il problema è che la cliente anziana, affezionata al quotidiano rito della spesa si confonde. «Capita che la classica siora Pina chieda sorpresa: Cosa xe ste alici? Assomiglia a sardoni» spiega un pescivendolo del centro triestino.

A Napoli, Genova e altre città di mare i nomi dei pesci in dialetto cambiano, ma la ferrea norma è la stessa. Forse chi la deve applicare è meno zelante. «La legge è a tutela del consumatore. Il nome in italiano garantisce la chiarezza delle indicazioni anche all’acquirente non triestino» ha dichiarato al quotidiano Il Piccolo il vicecomandante della Capitaneria Felice Tedone. L’ufficiale smentisce l’eccessiva fiscalità e sottolinea che «accanto. al nome corretto nessuno vieta di riportare, tra parentesi, il termine locale». A Trieste ci sono 55 pescherie e diverse hanno avuto problemi. «Ci sentiamo tartassati» spiega un gestore. Da Rovigo a Trieste chiamare pannocchia o cicala di mare la tipica «canocia» fa ridere. Non a caso su Facebook è saltato fuori un «provocatorio» manifesto. Un tegame di succulenti alici con sullo sfondo l’alabarda, simbolo di Trieste e una scritta in rigoroso dialetto: «Noi li ciamemo sardoni!».
www.faustobiloslavo.com