Il mercato e la fiera delle falsità

Il «No» è un riflesso condizionato pavloviano dell'intero centrosinistra. Ma lo slogan più veritiero, alla manifestazione di Roma contro le liberalizzazioni, campeggiava su uno striscione: «No alla Prodi-Bolkestein». Già, Frits Bolkestein. Chi era (anzi, chi è) costui? Quello che dà nome alla Direttiva europea del 2004 in tema, appunto, di liberalizzazione dei servizi alle imprese e ai consumatori non è altri, infatti, che l'ex commissario al mercato interno della Commissione europea presieduta da Prodi.
Promossa comunque da 200-sigle-200 - dall'Arci ai Cobas, passando per Cgil e Cisl, fino ai «no global» e agli «studenti in occupazione» contro la riforma della scuola portata al traguardo da Letizia Moratti ad ottantadue anni dall'ultima, quella di Gentile nel 1923 - con tanto di Bertinotti, Pecoraro Scanio, Rizzo e compagnia bella, la sfilata è sembrata a tutti una prova d'orchestra di quello che sarebbe un governo di sinistra sotto il peso della piazza. Gli altri zitti, compresi ex ministri del governo Prodi, considerati un tempo... «campioni» (sic!) del mercato, della concorrenza e della modernizzazione dell'economia italiana, o addirittura presidenti del Consiglio come D'Alema che, lontani dal dunque, giudicavano la liberalizzazione dei servizi un «passaggio cruciale» a vantaggio delle imprese e dei consumatori.
Peraltro, sulla questione grava un forte equivoco, e cioè il timore che la Direttiva Bolkestein comporti per i prestatori d'opera l'applicazione delle regole dei Paesi d'origine. Ma non è vero: si applica invece la legge del Paese dove si lavora. Non a caso, del resto, altre manifestazioni si sono svolte in Europa dove, per quell'equivoco, incombe - soprattutto sugli idraulici - il timore, simbolico ma non tanto, dell’«idraulico polacco» che viene a far concorrenza. Sorvoliamo sul più attraente caso delle infermiere, ma quanto ci costa un idraulico, magari anche esperto (non è detto), quando lo troviamo? Non riusciamo a scacciare la vecchia storiella del professore universitario che, salvato sulla soglia della casa allagata dall'intimazione professionale di chiudere il rubinetto, tramortito poi dalla parcella che equivale a qualche mese del suo stipendio, si sente rispondere dal bravo e sospirato artigiano: «Eh, caro lei, anch'io guadagnavo così quando facevo il professore!».
Naturalmente si tratta anche delle più nobili ed antiche professioni liberali (a titolo esemplificativo: avvocati, notai, ragionieri, dottori commercialisti ecc.), nonché di lavoratori autonomi la cui importanza sociale e, precisamente, la cui professionalità e deontologia non potrebbero in alcun modo essere sottovalutate anche dal punto di vista economico: ma in funzione del loro alto valore aggiunto come fattori di sviluppo e di ammodernamento del sistema. Non discuteremo di tariffe minime (o forse massime) per Ordini, Albi, Collegi e così via, né del commercio paralizzato dalle licenze, ma l'assetto corporativo e la protezione dei servizi sono indubbiamente da noi eccessivi e comportano per l'economia, cioè per tutti, oneri e lacci insostenibili. Questi ultimi, per l'insufficiente concorrenza, zavorrano la competitività e la crescita, oltre a impedire adeguati ricambi culturali e generazionali che invece le sospingerebbero. Dal disallineamento tra valore aggiunto effettivo e costi (rendite) derivano problemi di certo delicati, ma di palmare evidenza negativa. Non a caso, del resto, tutto questo è strettamente interconnesso con gli eccessi pesantissimi di burocratizzazione inefficiente e di legificazione oppressiva (anche dall'Europa degli ultimi anni), che si nutrono a vicenda nel corpo infiacchito dell'economia, delle imprese e dei consumatori.
Si tratta proprio di quelle esigenze di liberalizzazione che il ministro per le Politiche comunitarie, Giorgio La Malfa, ha posto alla base del programma di rilancio della disattesa «Agenda di Lisbona» per lo sviluppo con una serie di progetti approvati dal governo. Ma a questo punto, con le accuse di piazza (lato «no global» e compagni) contro le liberalizzazioni «selvagge» e il ricorso al mercato, «selvaggio» pure lui, si arriva ai servizi pubblici, dove invece la Direttiva Bolkestein non c'entra nulla. Forse perché intesa come «Prodi-Bolkestein» ha aperto la stura a un mare di superstiziose sciocchezze sulle privatizzazioni. Come se per esempio l'acqua, bene di Dio e Sorella Acqua di San Francesco, per essere di tutti e per la vita di tutti ma purtroppo scarsa, proprio per questo non dovesse essere «razionata» con prezzi e tariffe: e quindi, secondo loro, «privatizzata». Meditate, gente, meditate.