Meredith, cellulari buttati via per non farle chiedere aiuto

La scientifica ancora al lavoro nella casa e sull'auto di Sollecito. I legali del ragazzo: "Non c'è sangue né sulle scarpe né sui coltelli". Potrebbe slittare in avanti l'ora del delitto

Perugia - Meredith Kercher è ancora lì sul pavimento. Ferita, in agonia. Ma viva. Eppure chi l’ha appena accoltellata non soltanto non si affanna a soccorrerla, ma si preoccupa solo di coprire le proprie responsabilità, eliminando l’unica possibile via di scampo rimasta alla vittima, che morirà poco dopo per l’emorragia provocata dalla profonda ferita. Per gli inquirenti la scomparsa dei due cellulari della ragazza inglese, gettati ancora accesi nel giardino di una casa poco lontano, sarebbe la prova della spietatezza di chi ha ucciso, poco importa se per impeto o per caso, più che un elemento per simulare un furto sfociato in tragedia, messinscena assicurata piuttosto dalla rottura del vetro della finestra.

Insomma, darsi alla fuga lasciando i telefonini in quella stanza, è l’ipotesi, sarebbe stato ritenuto dal (o dai) killer troppo pericoloso, nel timore che Meredith potesse tentare di utilizzarli per chiedere aiuto, chiamando qualcuno e inchiodando chi dopo averla violentata l’aveva ridotta così. Ma c’è di più. È proprio l’analisi di tracciati e tabulati dei telefonini di vittima e indagati che potrebbe aiutare a chiarire la dinamica di quello che è successo la notte del 1 novembre nella casa di Amanda e Meredith. Tra l’altro, da uno dei due cellulari della studentessa londinese, quella sera, sarebbe partito un sms molto tempo dopo le 21, agganciando la cella corrispondente a via della Pergola. Dunque il telefonino era ancora in casa, e a spedire il messaggio presumibilmente è stata la stessa Meredith, ignara di quanto stava per accaderle. Dettaglio importante, che potrebbe far slittare nuovamente in avanti l’orario del decesso della ragazza, inizialmente stabilito tra le 22 e le 24 dal medico legale Luca Lalli e poi anticipato di un’ora nell’ordinanza del gip, perché Sophie Purton, amica di Meredith, aveva raccontato che alle nove di sera lei e Mez erano già uscite dalla casa dove avevano cenato. Ma proprio il contenuto gastrico è un altro elemento che spinge le lancette in avanti, e la questione ieri mattina è stata al centro di un vertice in procura tra gli investigatori della mobile e dello Sco, il pm Giuliano Mignini e il procuratore capo Nicola Miriano.

L’intenzione di riascoltare le amiche che hanno cenato per l’ultima volta con Meredith per ricostruire minuziosamente quel pasto è dovuta a una sorprendente incongruenza: nello stomaco della ragazza sono stati trovati dei funghi, che a tavola però, secondo le testimonianze raccolte, non c’erano. Intanto procedono gli accertamenti irripetibili sui reperti sequestrati sul luogo del delitto e ai tre indagati. Rimandato in serata il sopralluogo nella casa di Raffaele Sollecito in corso Garibaldi 112, inizialmente previsto per le 17, ieri nella questura di Perugia la scientifica ha esaminato tappetini e pedaliera dell’Audi dello studente, prelevando 11 diversi campioni da «tracce latenti» rinvenuti nell’abitacolo. Ma una prima risposta arriva dai test svolti lunedì a Roma: non ci sarebbe sangue sui coltelli e sulla suola della scarpa del ragazzo barese. Secondo il suo avvocato Luca Maori, infatti, anche se «il condizionale è d’obbligo i primi test sembrerebbero negativi, ovvero non risulterebbero tracce di sangue né sulle scarpe né sul coltello sequestrati a Raffaele». E nella casa di via della Pergola, dove la scientifica però deve tornare per la ricerca con il Luminol delle impronte papillari latenti, non sarebbe stato trovato nulla, nemmeno un capello, che riconduca a Patrick Diya Lumumba, la cui posizione nell’inchiesta appare ormai piuttosto defilata, anche se il barista per ora resta dietro le sbarre.

Emerge qualche dettaglio in più sugli sms scambiati la sera del delitto fra Lumumba e Amanda e che, per la procura, erano la prova dell’incontro avvenuto fra i due. Ma il testo dell’sms spedito da Lumumba alle 20.18 è ancora un mistero: per l’americana lui l’avvertiva che il pub sarebbe rimasto chiuso; il congolese invece sostiene di averle detto di non andare al lavoro perché c’erano pochi clienti. Ieri la moglie del congolese, Alexandra Beata, è andata a trovarlo nel carcere di Capanne, insieme al figlio di un anno. E ha chiesto al giudice di scarcerarlo: «Non c’entra con questo omicidio: io e il nostro bimbo lo aspettiamo a casa».