Meredith, Guede in aula: non ho stuprato né ucciso Pg: "Confermare 30 anni"

Dichiarazioni spontanee del giovane ivoriano all'udienza d'appello per l'omicidio
della studentessa inglese: "L'unica cosa di cui devo rispondere è di
non aver fatto abbastanza per salvarla". L'accusa chiede di confermare la pena: "Non è credibile"

Perugia - La conferma della condanna a 30 anni di reclusione inflitta in primo grado a Rudy Guede per l’omicidio di Meredith Kercher è stata chiesta oggi dalla procura generale nel processo con il rito abbreviato in corso davanti alla Corte d’assise d’appello di Perugia. Il giovane ivoriano, attualmente detenuto, ha assistito in aula alle parole del magistrato. Guede venne condannato a 30 anni di reclusione il 28 ottobre del 2008 dal gup di Perugia, Paolo Micheli. Contro quella sentenza hanno fatto appello i suoi difensori, gli avvocati Walter Biscotti e Nicodemo Gentile. L’ivoriano ha sempre sostenuto la sua estraneità all’omicidio. La pubblica accusa non ha invece impugnato la sentenza che di fatto ha accolto la ricostruzione fatta dai pm di primo grado, Manuela Comodi e Giuliano Mignini. Oggi il pg Catalani, nella sua requisitoria, ha parlato di "pieno concorso in tutte le attività poste a danno di Meredith Kercher" da parte di Guede. Ha tra l’altro sottolineato che "in prima persona ha commesso il reato di violenza sessuale". Ha inoltre chiesto che all’imputato non vengano concesse le attenuanti generiche "perché non ha dato alcun contributo a chiarire quanto successo nella casa del delitto quando venne uccisa Meredith. E su quello che racconta non è credibile".

Parla Guede "Voglio far sapere alla famiglia Kercher che non ho ucciso né violentato la loro figliola. Non sono quello che le ha tolto la vita". Lo ha detto Rudy Guede, al termine di una lunga dichiarazione spontanea davanti alla Corte d’Assise di appello di Perugia, che lo processa per l’omicidio della studentessa inglese Meredith Kercher. L’ivoriano si è rivolto all’avvocato Francesco Maresca, che rappresenta i parenti di Mez come parte civile. Al legale, Guede ha chiesto di far sapere alla famiglia della vittima che "l’unica cosa della quale la mia coscienza deve rispondere e per la quale nessun tribunale potrà assolvermi" è quella di non aver fatto tutto il possibile per tentare di salvare la studentessa inglese.

Innocenza Nel corso della dichiarazione spontanea Guede ha ricostruito quanto avvenuto la sera dell’omicidio di Meredith, i giorni precedenti e quelli successivi. Ha spiegato di avere incontrato Meredith il 31 ottobre del 2007, nel corso di una festa in discoteca e di aver avuto con lei un appuntamento per la sera successiva. "Le ho dato un bacino sulla guancia e poi le ho detto 'Ci vediamo'" ha spiegato l’ivoriano. Ha quindi riferito alla Corte che la sera successiva a quella dell’incontro entrò insieme alla Kercher nella casa di via della Pergola, poi teatro del delitto: "Mentre eravamo in casa - ha sostenuto Guede - Meredith cominciò a inveire contro Amanda. 'I miei soldi, i miei soldi, non la sopporto più' disse Meredith". L’ivoriano ha quindi spiegato di aver avuto un approccio con la studentessa inglese, ma non un rapporto sessuale.

Dal bagno Dopo circa un quarto d’ora - in base alla sua versione - si recò in bagno. "Ho sentito le voci di Meredith e di Amanda - ha riferito ancora Guede - che discutevano dei soldi venuti a mancare. Ho sentito solo 'dobbiamo parlare', ma non mi sono preoccupato, perché pensavo fosse solo una discussione tra due ragazze che vivevano nella stessa casa. Mentre ero in bagno mi sono messo ad ascoltare musica da un i-pod, ma alla metà del terzo brano ho sentito un urlo fortissimo. Mi sono precipitato a vedere cosa fosse successo e in camera di Meredith ho visto una figura maschile. È stato un lampo e questa persona ha cercato di colpirmi. Sono indietreggiato e caduto in soggiorno. A quel punto ho sentito qualcuno fuori della casa che scappava e diceva 'andiamo via, c’è un nero in casa'. Non ho avuto il coraggio di inseguirli, ma guardando fuori dalla finestra ho visto la sagoma di Amanda".

La paura e la fuga Guede ha quindi spiegato di essersi recato nella camera di Meredith e di aver cercato di tamponare il sangue che le usciva dopo essere stata ferita mortalmente con un coltello alla gola. "Meredith era agonizzante - ha sostenuto Guede - e cercava di dirmi qualcosa, io le tenevo la mano. A quel punto sono entrato in uno stato di shock. Nella mia testa c’erano tanti perché senza risposta. Ho avuto paura". Il giovane ha quindi affermato di essersi "ritrovato in Germania", dove venne poi arrestato, ma di non avere avuto "nulla da cui scappare". Guede ha poi descritto il suo ritorno in Italia. "Questo, signor giudice - ha affermato - è quanto ho vissuto. Non ho niente da nascondere e non sono un bugiardo. Chiudendo gli occhi vedo ancora rosso dappertutto".