Meredith, un reggiseno per dare un nome all’assassino

L’omicida strappò l’indumento alla vittima: e sopra ci sono le sue tracce. Perugia, gli investigatori sono certi: sul luogo del delitto c’erano almeno tre persone. Ma ancora non sono chiari i ruoli nell’omicidio della studentessa inglese

nostro inviato a Perugia

«Ero in casa quella sera, ero nel bagno. Ma a uccidere Meredith è stato un italiano, era solo, mi ha colpito prima di scappare». Nel carcere di Schifferstadt, in Germania, Rudy Hermann Guede racconta per la prima volta al suo avvocato perugino, Walter Biscotti, arrivato a sorpresa ieri mattina, la sua verità sulla morte della studentessa inglese. Il 21enne ivoriano ammette di essere stato lì, quella notte. Ma ribadisce la sua innocenza, lasciando Amanda Knox fuori dalla storia: l'uomo che ha affondato il coltello nella gola della Kercher, e che Rudy dice di aver affrontato prima che l'assassino fuggisse, avrebbe agito da solo. Dalle risultanze dell'autopsia sul corpo di Meredith, però, emerge anche la rottura dell'osso Ioide, segno di un tentativo di strangolamento: anche se Mez è morta per l'accoltellamento, insomma, qualcuno le ha stretto il collo con grande forza nel corso dell'aggressione. Un elemento che fa pensare che gli aguzzini della ragazza fossero almeno due, e che a fratturarle l'osso non sia stata una mano femminile. L'ivoriano, due giorni fa, al giudice tedesco ha anche detto che la ragazza avrebbe pronunciato due lettere, «af», forse l'inizio o una parte del nome dell'assassino, ma il dettaglio sa molto di b-movie.
In attesa che Rudy metta a verbale la sua versione della notte tra il primo e il due novembre al ritorno in Italia (previsto per il 10 dicembre), gli inquirenti si concentrano sulle tracce lasciate sulla scena del crimine. Ancora incertezza sui fazzolettini ritrovati nella casa di Meredith con residui di Dna non corrispondente a nessuno degli indagati e degli inquilini della casa. Potrebbero semplicemente essere stati gettati lì prima del delitto. Prematuro, dunque, allargare il campo dei sospetti. Per gli inquirenti, invece, gli elementi finora raccolti proverebbero che quella notte in casa c'erano almeno tre dei quattro indagati: oltre a Rudy anche Amanda e Raffaele Sollecito. Nessuna traccia è stata trovata del congolese Patrick Lumumba.
Guede, al contrario, era certamente lì: c'è il suo Dna sul corpo di Meredith e nel water, oltre all'impronta del suo palmo stampato sul cuscino nel sangue della studentessa londinese. Amanda ha lasciato il suo codice genetico, insieme a quello di Mez, sul coltello che è la probabile arma del delitto. E di Raffaele è stata trovata un'impronta digitale sulla porta della stanza della ragazza inglese. Ma uno dei legali del barese, Marco Brusco, da un spiegazione più che plausibile: «Lele la mattina del 2 ha provato a forzare la porta chiusa a chiave, tentando anche di sfondarla. Se l'impronta non c'era finita prima, considerando che il ragazzo frequentava la casa in quei giorni, potrebbe averla lasciata in quell'occasione».
Ma se gli investigatori hanno un'idea chiara di chi era in casa, non sanno ancora quale ruolo abbiano avuto i protagonisti di quella notte. Una risposta importante potrebbe arrivare a inizio settimana, forse martedì, dai laboratori romani della polizia scientifica, diretta da Alberto Intini. Quel giorno si saprà quali impronte, o quali tracce biologiche, sono state lasciate sul reggiseno di Meredith, strappato via probabilmente dopo che la ragazza era stata ferita a morte. Non sarebbe emerso nulla di rilevante ai fini dell'indagine, invece, dalle analisi sulla borsa di Amanda, sequestrata qualche giorno fa nel carcere di Capanne.