Un Meridiano per Scalfari Ma come, uno soltanto?

Sinceramente, un solo Meridiano ci sembra un po’ poco. È riduttivo. Speriamo piuttosto sia solo il primo di una serie di Opere complete. Si trattasse davvero - come sembra dalle prime frammentarie indiscrezioni - di un unico volume, insomma una misera antologia, sarebbe umiliante. Umiliante per l’Autore, cui non possiamo non rivolgerci con la maiuscola, e soprattutto per il lettore, cui non possiamo non rivolgerci con un senso di commiserazione.
La notizia, che non possiamo riferire senza fremere, arriva dal salotto buono della sinistra intellettuale: intervistato dal vicedirettore del Secolo d’Italia Luciano Lanna sul nuovo numero di Caffeina Magazine, rivista diretta da Filippo Rossi, direttore anche del webmagazine della «Fondazione Farefuturo», Eugenio Scalfari ha anticipato la prossima uscita di un Meridiano a lui dedicato, e che c’è da supporre presenterà presto da Fabio Fazio: «Tre giorni fa - ha spiegato il Fondatore di Repubblica - è venuta da me Renata Colorni che dirige i Meridiani e mi ha detto che faranno anche il mio. Poi mi ha detto: “Eugenio, tutti ti considerano un giornalista, ma non hanno capito che tu non sei solo un giornalista”. Nel Meridiano ben 400 pagine sono però dedicate ai miei articoli (un dubbio: ma di quante cazzo di pagine sarà?, ndr)».
Incalzato dalle domande scomode del giornalista - tanto inflessibili e imparziali da farci pensare che, al confronto, se quelli del Giornalesono i camerieri di Berlusconi quelli del Secolo sembrano gli sguatteri di Repubblica - Scalfari ha rivelato che «quando ho compiuto ottant’anni l’editore di Repubblica mi ha regalato la raccolta dei miei articoli: ne sono usciti due volumoni. La Colorni mi ha detto di scegliere. “Vuoi articoli culturali, o anche politici?”, le ho chiesto. “Quelli politici”, mi ha risposto, aggiungendo che è cultura anche quella”». La qual cosa non fa che confermare tutta la nostra stima per la capacità critica e l’indipendenza di giudizio della Colorni, una che giustamente ha il coraggio di pubblicare nei Meridiani un irregolare come Scalfari resistendo alle interessate richieste di chi vorrebbe invece mettere in catalogo mediocri scrittori conformisti come Landolfi, o Pomilio, o Manganelli, o Santucci...
Ma piuttosto, ci chiediamo e chiediamo al mondo culturale italiano: perché si è aspettato tanto? Perché si è arrivati solo ora a questa scelta, e solo con un Meridiano? Perché la Mondadori, invece di occuparsi di romanzetti da quattro soldi e memorie di qualche sciacquetta d’attrice, non ha varato anni fa un’operazione editoriale di tale levatura? Perché questo prolungato silenzio?
La risposta, purtroppo, non possiamo che trovarla nella miopia culturale, nella tradizione illiberale e nella propensione censoria della casa editrice di Silvio Berlusconi, notoriamente aliena a pubblicare autori non allineati politicamente (e purtroppo l’elenco dei nomi rifiutati, dalla A di Augias alla Z di Zagrebelsky è dolorosamente lungo).
E poi, ancora: perché un Meridiano e non - chessò - un «Millennio» Einaudi? O un’apposita collana personalizzata, come quella che Rizzoli - ecco una casa editrice seria - ha dedicato all’opera omnia della Fallaci o alla Storia d’Italia di Montanelli, due giornalisti sicuramente di seconda, se non di terza fila, rispetto a un gigante come Scalfari?
Insomma, stiamo parlando di Eugenio Scalfari! Un intellettuale che ha iniziato a scrivere che era ancora in camicia nera, su Roma fascistasenza che ciò gli pregiudicasse - anzi - una straordinaria carriera (la qual cosa, fatte le debite proporzioni tra noi e Scalfari e tra Mussolini e Berlusconi, dà speranza anche a chi oggi scrive per il Giornale).
Stiamo parlando dell’erede di Pannunzio, anche se lo stesso Pannunzio in punto di morte fece sapere che preferiva non averlo dietro al feretro, al proprio funerale. Forse perché era invidioso?
Stiamo parlando di un grande scrittore purtroppo prestato al giornalismo, autore di saggi autobiografici e apologetici come Per l’alto mare aperto, o La ruga sulla fronte, o L’uomo che non credeva in Dio, testi imprescindibili per la comprensione del pensiero occidentale che non a caso gli hanno valso critiche osannanti da parte dell’intera stampa non conformista e ponderate comparazioni con Nietzsche, Montaigne, Croce, Cartesio, Socrate, Eraclito, Parmenide, Leopardi, Proust, Rilke, Hölderlin, Arendt, Valéry, Eckhart e Pascal.
«Le “cime” della modernità sono scalate dal nostro Autore con straordinaria agilità e incredibile capacità comunicativa, che però non diviene mai volgarizzazione», ha scritto di lui Asor Rosa. Antonio Gnoli ha risposto che Scalfari rappresenta una «posizione terza» del pensiero Occidentale tra la linea di difesa del mondo moderno di figure come Habermas e Blumenberg e quella dei critici della post-modernità come Lyotard e Baudrillard (che, modestamente, ci sembra un giudizio comunque riduttivo, ndr). Vito Mancuso ha aggiunto che «Cartesio, Spinoza, Kant, Freud... sono i filosofi che hanno contribuito a formare Scalfari, che poi li ha per così dire superati...». E Claudio Magris ha concluso: L’uomo che non credeva in Dio è un’autobiografia classicamente composta e possente nella sua classica scrittura, che tuttavia indaga inquieta il suo tessuto, quasi per disfarlo, come il lavoro notturno di Penelope». Scalfari come Omero? Forse adesso ci siamo.
Intanto, mentre Scalfari si accinge a entrare nell’Olimpo dei «meridianizzati» in vita (privilegio cui i minori del Novecento, come Soldati o Tobino o Chiara, a esempio, sono giustamente esclusi) la Colorni, così si dice, ha preso appuntamento anche con Walter Veltroni. Speriamo che non sia solo per bere un caffè.