«Meritiamo la fiducia dei mercati»

Per quanto riguarda la competitività delle imprese l'Italia si trova tra i primi Paesi del G20. Con 923 prodotti di eccellenza del made in Italy in cui occupa posizioni di primo piano, per un valore complessivo pari a 173 miliardi di dollari. Lo ha ribadito Marco Fortis, vicepresidente della Fondazione Edison e docente di economia industriale e commercio estero alla Cattolica, nel corso del secondo Forum LegnoArredo, organizzato da FederlegnoArredo, che si è svolto al Mico-Milano Congressi per porre al centro dell'attenzione nazionale uno dei settori più importanti del made in Italy.
Gli oltre mille imprenditori intervenuti hanno confermato la vivacità di un settore sempre più consapevole delle proprie potenzialità. Eppure la Commissione Ue continua a rimproverarci una «specializzazione sbagliata», per cui la nicchia produttiva nazionale starebbe risentendo della liberalizzazione del commercio internazionale, con la massiccia entrata di Cina e India.
Secondo Marco Fortis, però, si tratta esattamente del contrario: «È proprio grazie alle 4 A del made in Italy (arredo-casa, abbigliamento-moda, alimentare-vini, automazione-meccanica) che l'Italia è uno dei soli 5 Paesi del G-20 (con Cina, Germania, Giappone e Corea) ad avere un surplus commerciale strutturale con l'estero per i manufatti».
Secondo l'osservatorio Gea-Edison, infatti, la manifattura italiana è la seconda d'Europa e la quinta al mondo per valore aggiunto. Nel 2012 l'Italia ha fatto registrare il più alto export e il più alto attivo manifatturiero della sua storia: rispettivamente 373 e 94 miliardi di euro. E secondo il Trade Performance Index UNctad-Wto, anche nel 2011 l'Italia si è confermata come il secondo Paese più competitivo al mondo nel commercio estero dopo la Germania.
Professor Fortis, siamo un Paese più solido e competitivo di quanto vorrebbero farci credere, con un bilancio strutturale migliore di quello tedesco. La cura del rigore lascerà strascichi a medio-lungo termine?
«L'Ue ha chiesto all'Italia di applicare una cura greca assolutamente sbagliata. Inoltre non si può chiedere a un importante Paese produttore come l'Italia di mortificare per un così lungo tempo la propria domanda interna e di investimento, perché si mortifica così la stessa produzione e si distrugge capacità produttiva, innescando una pericolosa crescita della disoccupazione. Non siamo il grande malato d'Europa. Al contrario, siamo vittime di un tragico equivoco, generato da un'analisi economica d'impostazione anglosassone che confronta il debito pubblico con il Pil, invece che confrontarlo con la ricchezza finanziaria netta del Paese. E dopo essersi illusa di poter vivere esclusivamente di esportazioni extra-Ue, Berlino deve prendere atto che se l'Europa si ferma, si ferma anche la macchina tedesca».
La domanda interna italiana resta in forte crisi. Da questo punto di vista, l'estensione della detrazione sull'acquisto di mobili finalizzati all'arredo dell'immobile oggetto di ristrutturazione (decreto legge 63 del 4 giugno 2013, articolo 16) è davvero uno strumento utile per rilanciare i consumi?
«Decisamente sì. L'ipotesi era sul tappeto da tempo, e non era stata finora tradotta in essere. È augurabile che proceda rapidamente per quanto riguarda l'entrata in vigore, considerata la limitata dimensione temporale concessa, anche perché non coinvolge solo il settore legno-arredo, ma un'intera filiera. Ovviamente nella sua attuale formulazione. Se i provvedimenti vengono annunciati e poi sminuzzati, e ridotti nel loro potenziale, si tradisce lo spirito con cui erano stati percepiti dalla produzione, dalla distribuzione e soprattutto dal consumatore. Spero che la detrazione venga estesa anche al 2014».
Qual è il suo giudizio sulle misure urgenti in materia di crescita inserite nel «decreto del fare» approvato dal Consiglio dei ministri?
«La maggioranza di Enrico Letta è tanto ampia quanto fragile ed estemporanea. Questo governo non è una nave potente, ma una caravella che deve fare i conti con mari tempestosi. Però sa come navigare. Dobbiamo sperare che prevalga. Il cosiddetto decreto del fare contiene provvedimenti interessanti, sulla falsariga di quello percepito dall'industria del mobile. Sostiene il made in Italy, e mi sembra che vada in una buona direzione. Di sicuro non si tratta di misure in grado di capovolgere le sorti del Paese, ma sicuramente possono aiutare a ridurre gli oneri burocratici, riducendo la distanza tra imprese e Stato. È una sorta di kit di sopravvivenza, in una fase difficile».
Secondo lei, esistono le condizioni per risolvere l'equazione tra bilanci sani e politiche per la crescita in chiave europea?
«Per rilanciare l'economia bisogna fermare questo diluvio di tasse e pagare subito alle imprese tutti i debiti arretrati della pubblica amministrazione, che ammontano ottimisticamente a oltre 80 miliardi di euro. Occorre far ripartire gli investimenti in opere pubbliche, nell'edilizia, nei macchinari. E soprattutto dobbiamo negoziare i margini di azione con la Commissione europea, per spingere su progetti di sviluppo nel campo delle infrastrutture. L'Italia merita la fiducia dei mercati».