Merkel, dopo 100 giorni sempre più popolare

Le prove migliori in politica internazionale: la Germania ha ridefinito il suo ruolo

Salvo Mazzolini

da Berlino

A cento giorni dal suo insediamento alla cancelleria, Angela Merkel ha buoni motivi per festeggiare. Uscita dalle elezioni di novembre con una vittoria ottenuta per un soffio, costretta dai risultati elettorali a formare un governo di coalizione con i suoi avversari storici, i socialdemocratici, cui ha dovuto cedere più della metà dei ministeri, Angie, come la chiamano i tabloid, è rapidamente passata dal ruolo di cancelliera dimezzata a quello di cancelliera al di sopra delle parti, lodata e rispettata dai grandi della terra e popolarissima a casa propria. Secondo i sondaggi è più popolare di tutti i suoi predecessori, persino di Konrad Adenauer e di Willy Brandt. Otto tedeschi su dieci giudicano positivamente i suoi primi cento giorni. E secondo un’indagine dell’istituto Edmid, se oggi si votasse la Merkel otterrebbe una comoda maggioranza (Cdu-Csu 42%, Spd 31%) che le permetterebbe di scegliere con quale coalizione guidare il Paese e si sa che le sue preferenze sarebbero per una coalizione di centrodestra, assieme ai liberali.
Un’ascesa che ha sorpreso un po’ tutti, o meglio tutti quelli che non la conoscevano bene. Dovuta principalmente al suo stile di governare e ai suoi successi in politica estera. A differenza del suo predecessore Schröder, non ama le frasi a effetto, le improvvisazioni, le uscite demagogiche, la politica come arte. Influenzata dalla sua formazione scientifica, la Merkel, ex docente di Fisica, affronta i problemi sempre con un approccio razionale, concreto ed estremamente documentato. Ma anche privo di arroganza. Ben conscia delle tensioni che serpeggiano in una coalizione metà di sinistra e metà conservatrice, preferisce mediare che battere i pugni sul tavolo. E il risultato è quello di avere instaurato nella Grosse Koalition un clima disteso e costruttivo sul quale pochi avrebbero scommesso.
Ma è sul piano internazionale che la cancelliera ha dato le prove migliori. Con una serie di viaggi lampo ha ridefinito la collocazione della Germania con una sterzata che ha stupito per chiarezza e incisività. A Chirac ha detto chiaro e tondo che la collaborazione franco-tedesca è fondamentale ma che Berlino non è interessata a direttori nel contesto europeo. Con Bush ha chiuso la lunga fase polemica iniziata con l’opposizione rosso-verde alla politica interventista della Casa Bianca in Irak. A Putin ha fatto capire che la Russia è, sì, un partner importante ma che i buoni rapporti con i vicini Paesi dell’Est sono prioritari su quelli con il Cremlino.
E altrettanto chiara e netta è stata la virata in materia di lotta al terrorismo. Abbandonando l’atteggiamento ambiguo di Schröder, che nonostante le critiche verbali al modo di agire dei servizi americani, ha poi autorizzato il coinvolgimento dei servizi tedeschi in operazioni poco chiare, la Merkel, con la consueta schiettezza, ha detto che Berlino parteciperà a missioni militari di intelligence perché sono necessarie per sconfiggere il terrorismo.
Passati i primi cento giorni, l’attenzione è ora rivolta a come la Merkel affronterà le sfide sul terreno della politica economica e sociale. Cinque milioni di disoccupati, un’ondata di posti di lavoro soppressi in imprese che sono la spina dorsale dell’economia, come la Volkswagen, la Telekom, la DaimlerChrysler, più lo sciopero dei dipendenti pubblici contro l’aumento dell’orario lavorativo che rischia di paralizzare il Paese e di soffocare una ripresa che per il momento è più dovuta a fattori psicologici che reali. Temi sui quali la direzione di marcia della Merkel ancora non appare chiara. Un ritardo che secondo i commentatori tedeschi è dovuto al fatto che a fine marzo si terranno le elezioni in tre importanti Länder (Assia, Baden-Württemberg e Palatinato) e quindi è meglio aspettare il responso delle urne prima di prendere decisioni impopolari. Per la cancelliera incomincerà allora la prova più difficile.