La Merkel: 6 mesi per la nuova Costituzione Ue

nostro inviato a Berlino

A parole, è stato un successone: solo il presidente polacco Kaczynski ha giudicato «irrealistica» la possibilità di un nuovo trattato europeo prima del 2009, come ieri tutti e 27 i soci hanno garantito alla padrona di casa, Angela Merkel. Nei fatti, bisognerà vedere se Londra, Praga, Varsavia più qualche altro - il nocciolo duro dell’euroscetticismo - avranno il coraggio e la forza di contrastare il piano d'azione che sarà messo a punto a Bruxelles a giugno prossimo.
Ma dietro questi scontati e ripetitivi quadri d’assieme, occorre riconoscere che l’appuntamento nella capitale tedesca per i 50 anni del trattato di Roma può davvero divenire uno spartiacque epocale per il futuro della Ue. Perché dietro i toni accorati ma garbati della Cancelliera e di alcuni dei suoi ospiti (tra cui anche Prodi), forse per la prima volta si è anche avvertito il sapore della minaccia: o si fa l’Europa o si muore. Meglio: o si creano nuove regole o chi ci sta le farà per sé e per gli altri che sono d’accordo. Con tanti saluti al resto della compagnia.
Angela Merkel più che dirlo, l’ha fatto trasparire. Ma tutti hanno capito alla perfezione cosa intendeva quando - in chiusura dell’appuntamento in cui ha firmato assieme a Barroso e a Pöttering la «dichiarazione di Berlino» che chiede di definire «nuove basi» di diritto comune prima dell’elezione del nuovo Europarlamento, nel 2009 - ha sottolineato come «un fallimento sarebbe un errore storico» di cui qualcuno potrebbe subire a lungo le conseguenze. Ha anche ironizzato la cancelliera, ricordando come gli inglesi alla fine degli anni Cinquanta si dicessero certi che il mercato comune sarebbe stato un fallimento. «Ma oggi siamo qui - ha riso assieme al presidente della commissione Barroso - e continuiamo a crescere».
Né si è accontentata delle parole, la Bundeskanzlerin: ha stilato una tabella dei tempi di marcia e ha di fatto convocato per giugno, dopo il consueto summit estivo, una conferenza intergovernativa per dare il via al suo progetto. «Tappe serrate» ha ammesso Prodi parlando del calendario: bisogna chiudere il tutto con la presidenza di turno portoghese e cioè entro la fine dell’anno. Questo perché resterebbero solo 12 mesi in modo da procedere alle 27 ratifiche.
E ancora la cancelliera ha spiegato che nel documento che si deve produrre, occorrono a questo punto non solo «più chiare competenze» comunitarie nei settori della politica energetica, estera e interna, ma anche «delimitazioni più chiare di cosa siano responsabili gli Stati membri e per cosa loUnione, concentrandosi sulle cose essenziali e conservando, ove possibile, le peculiarità dei Paesi membri». Non ha invece parlato di esercito comune, anche se si sa che è un tema che le sta a cuore, forse per non acuire i contrasti, forse anche perché nella dichiarazione solenne si fa esplicito cenno alla «guerra contro il terrorismo, il crimine organizzato e l’immigrazione clandestina». Mentre ha dovuto riconoscere a malincuore - dopo averne fatto cenno significativo nel suo intervento - che sarà difficile far rientrare le radici giudaico-cristiane nel nuovo testo: «Sono realista - ha detto - e dunque non molto ottimista». Solo diciotto mesi da giocarsi bene: o un successo o un disfacimento letale. Certo, si ricomincerebbe a ranghi più serrati (e Prodi ha fatto i nomi di Italia, Germania, Spagna, Francia, Austria, Ungheria, Belgio), ma non sarebbe come con l’euro: chi scartasse, si metterebbe di fatto fuori dal gioco. Un rischio che probabilmente la Merkel crede che non tutti siano disposti a correre. Dato che anche altri, come Prodi (che è stato l’altro capo di governo a intervenire nella cerimonia, chiedendo un “pizzico di follia” per riprendere la marcia, ma avvertendo anche che l’Italia non è disposta a fare troppi sconti sul testo già approvato) credono che alla fine nessuno avrà il coraggio di tagliarsi i ponti dietro le spalle. Nel frattempo, stop a nuovi ingressi, a cominciare dalla Turchia (ma Prodi auspica che per i croati le porte restino aprte): palla al centro, per i supplementari, fino a dicembre. Poi i rigori. Il pareggio non è più consentito.
Inni europei, foto di gruppo davanti alla porta di Brandeburgo, omaggi a Chirac (al suo ultimo vertice Ue) e a Kohl (per lui Barroso intende proporre il Nobel per la pace) chiudono l’appuntamento. La “ragazza”, come la chiamava proprio il Cancelliere Kohl, fa sul serio. E lo mostra anche nel minacciare al Sudan ritorsioni europee se non smetterà d’incoraggiare massacri nel Darfur e all’Iran se non deciderà di venire a patti sul nucleare. Pareva dover essere una delle tante celebrazioni solo di facciata. Forse non sarà così che passerà alla Storia.