La Merkel pensa alle elezioni e ferma le centrali nucleari

Il segno della svolta lo dà nella notte il ministro Norbert Roettgen. Sono le 2,36 quando il responsabile dell’Ambiente monta sulla sua bicicletta. Niente auto blu, nemmeno una guardia del corpo al seguito. Il ministro si lascia alle spalle un storico vertice di maggioranza e viaggia sulle due ruote non inquinanti dopo una scelta epocale. La Germania dice addio al nucleare. È la prima potenza industriale a rinunciare all’energia atomica. Decisione «irrevocabile», fa sapere Roettgen. «Non ci saranno ripensamenti: le ultime tre centrali saranno chiuse entro il 2022», la maggior parte già entro quest’anno.
Una rivoluzione in un Paese che conta 17 reattori nucleari, 7 dei quali spenti dopo la catastrofe di Fukushima in attesa di una riflessione e che ora non saranno più riattivati (insieme a un ottavo nello Schleswig-Holstein). Una rivoluzione certamente influenzata dal disastro provocato dalla centrale nucleare giapponese a causa dello tsunami dell’11 marzo scorso. Solo l’anno scorso la cancelliera Angela Merkel aveva voluto posticipare la chiusura degli impianti, nati grazie alla legge sul nucleare del 1960 e il primo dei quali attivato nel ’72. Poi lo spartiacque: a marzo il maremoto in Giappone e l’allarme radiazioni. A quel punto il cambio di rotta. La Merkel cambia registro: prima usciremo dall’energia atomica, meglio sarà. Detto fatto, la decisione è presa: bisognerà attendere la settimana prossima - 6 giugno - perché la scelta venga formalizzata in Consiglio dei ministri e poi ovviamente arrivare al voto del Parlamento.
Ora però la sfida è aperta. Il nucleare garantisce alla Germania circa un quarto del fabbisogno di energia elettrica. Una fonte di energia che andrà sostituita. «Il nostro sistema energetico deve essere cambiato radicalmente e può essere cambiato radicalmente - ha detto ieri la Merkel -. Vogliamo che l’elettricità del futuro sia sicura e, allo stesso tempo, sia affidabile ed economica». Poi il grande obiettivo: la Germania può diventare pioniere del cambiamento verso l’era dell’energia rinnovabile. Con l’addio al nucleare - ha aggiunto la cancelliera - c’è la possibilità di creare la «svolta» verso la vera elettricità del futuro: «E per questa elettricità del futuro abbiamo bisogno di una nuova architettura della nostra essenza energetica». I piani sono quelli di raddoppiare entro il 2020 la quota di energia rinnovabile prodotta e ridurre contemporaneamente del 40% le emissioni di gas serra. Ma si tratta ovviamente di una sfida che arriverà alla prova del nove già fra sei mesi quando l’inverno calerà sul Paese. E c’è chi teme che la decisione del governo di indicare una data precisa e non potersi muovere su un arco di tempo flessibile, sia stata infelice e lo sarà in caso di necessità. La pensa così il presidente della Federazione delle industrie tedesche, Hans-Peter Keitel, secondo cui il governo non dovrebbe permettere che i cambiamenti di politica portino all’instabilità delle forniture di energia o a un aumento del prezzo dell’elettricità. E c’è chi legge la scelta della Merkel in termini di puro tornaconto elettorale. È il caso di Carlo Jean, presidente del Centro studi di politica economica, secondo cui «dopo i rovesci elettorali e con la crescita dei Verdi in Germania, oggi al 10-15%, la decisione della Merkel sembra dettata più da una preoccupazione politico-elettorale che non da una visione umanitaria e ambientalista». «Nessuna fonte di energia è senza conseguenze - conclude Jean -. Certo possiamo anche decidere di andare in bicicletta». E in bicicletta, a grande velocità, andranno i tedeschi che d’ora in poi vorranno muoversi da Dortmund a Duisburg dove nascerà l’autostrada della bici, lunga 60 chilometri: sarà la prima extraurbana.