Un mese di speranze finite nella tragedia

L’apprensione per la salute del piccolo: «Dategli il “mommo”»

Massimiliano Scafi

da Roma

L’hanno buttato via. L’hanno lanciato nel fiume, come si lancia una scarpa vecchia, un sacco di spazzatura, una bambola rotta. «Piangeva», hanno raccontato al magistrato, «dava fastidio» e quindi, che volete farci, un paio di giorni dopo il sequestro l’hanno scaraventato nel torrente Enza. Adesso piange il padre, Paolo, che questo finale forse se lo sentiva. «Domenica - diceva l’altra sera - sarà passato un mese. Il due aprile è un giorno magico, è il giorno in cui è morto Giovanni Paolo II, è anche il giorno in cui abbiamo battezzato Tommaso, dedicandolo proprio al Papa. Ma io ho davvero paura: riuscirò mai a riabbracciarlo?». La mamma Paola invece ha finito lacrime e parole.
Squarci di luce tra le canne, pompieri infangati, cani lupo, volanti, elicotteri, sommozzatori. Di notte, la polizia batte la zona di Sant’Ilario, il fiume, i terreni accanto, cerca anche nei casolari vicino, fa di tutto per consentire a quel padre e a quella madre di avere almeno un corpicino da abbracciare, un qualcosa da seppellire. È con questo flash nel buio della campagna parmigiana, mentre in questura spremono Alessi e la sua sgangherata accolita di delinquenti, che dopo un mese di sofferenze si chiude amaramente il giallo che ha tenuto in ansia l’Italia.
La storia di Tommaso Onofri, 18 mesi, inizia il due marzo, quando due persone con il casco integrale entrano nella casa di Casalbaroncolo, tagliano la luce, legano con lo scotch i genitori e il fratellino maggiore e, dopo avergli fatto una carezza, strappano Tommy dal seggiolone. Scappano in motorino, come racconteranno trenta giorni più tardi, mentre l’allarme scatta subito. Ore di angoscia. Tommy è epilettico, ha bisogno di un farmaco, il Tegretol. Il papà Paolo Onofri, 46 anni, direttore di un ufficio postale della zona, lancia un appello in tv. «Ha bisogno di quella medicina, dovete dargliela».
Un rapimento anomalo, dicono subito gli inquirenti. Manca una richiesta di riscatto, mancano soprattutto le possilità economiche della famiglia. Si parla di ritorsione, di vendetta, di errore. Si mette il sequestro in relazione a un altro fatto strano, la scomparsa, pochi giorni prima, di Tody, il cagnolino dei bambini. Il sette marzo i magistrati chiedono il silenzio stampa. «Tutto quello che si può fare in un sequestro di persona classico - dice il pm Lucia Musti - qui non si può fare. È un caso difficilissimo». Intanto in Procura vengono ascoltati due muratori che avevano recentemente lavorato alla ristrutturazione del casale degli Onofri. E si scava anche nella vita del padre.
«Mi sento sotto accusa e non so perché», sbotta il nove marzo Paolo Onofri, ma qualche familiare sostiene che «forse non ha detto tutto». Spuntano varie e alternative piste d’investigazione, si controllano i detenuti nel carcere di Parma, si segue una traccia che porta al riciclaggio di soldi nella Repubblica di San Marino, si presenta persino un pentito della ’ndrangheta. Il giorno dopo, 10 marzo, una svolta clamorosa: Paolo Onofri viene indagato per detenzione di materiale pedopornografico. Nel suo computer vengono trovati centinaia di file. «Quel materiale mi serviva per fare una denuncia - si difende - non sono un mostro». E la moglie, a quanto si dice, sapeva qualcosa. Intanto, mentre il cane Tody torna con le sue zampe, la polizia decide di dare retta a una sensitiva e di scandagliare il fiume Magra vicino a Pontremoli, senza risultati.
Il 20 marzo Paolo Onofri ammette: «Anche mia moglie ha sospettato di me». L’uomo viene sottoposto a più di cento ore di interrogatorio. Paola Pellinghelli, la mamma di Tommaso, prima vacilla, poi si schiera con il marito, leggendo insieme a lui un comunicato davanti alle telecamere. Sono giornate vagamente migliori, c’è anche più ottimismo da parte degli inquirenti. Si arriva a dire che «Tommy è vivo e si trova vicno a Parma», nelle campagne tra Reggio e Mantova. Ma si scava ancora nella famiglia. E dagli estratti bancari degli Onofri viene fuori il passaggio di centomila euro sul conto della sorella, giustificato come «una vecchia eredità».
Il 24, dopo i rilievi del Ris, l’abitazione di Casalbaroncolo viene dissequestrata. Paolo Onofri sembra più tranquillo: «La speranza non è mai mancata». Si analizza un frammento di un guanto trovato sulla scena del sequestro, si studia un pezzo di nastro adesivo, si cercano impronte, si rastrellano i casolari di campagna, si indaga nella comunità calabrese della zona di Brescello. Due giorni dopo, una scritta sul muro, a duecento metri da Casalbaroncolo: «Ne hai abbastanza?». Una minaccia? La dimostrazione che è stata una vendetta? O è soltanto l’opera di qualche sciacallo balordo?
Ma all’inizio della settimana c’è un’accelerazione improvvisa nelle indagini. Le attenzioni sono tutte per un gruppo di cinque persone, tra cui una o due donne. Tra gli indagati spunta Mario Alessi, 44 anni, muratore di origine siciliana, uno degli operai che ha lavorato nel restauro di Casalbaroncolo. Alessi tra l’altro ha un precedente inquietante, una doppia condanna per stupro a una minorenne. Torchiato, nega tutto: «Ho un figlio anch’io, non potrei mai fare certe cose». Il 29 marzo l’inchiesta si sposta in Sicilia, nel paese di Alessi, San Biagio Platani, che è poco distante da dove abitano i genitori della prima moglie di Paolo Onofri.
E ieri il finale peggiore. Le tre persone fermate nella Bassa parmense, i quaranta interrogati, il setaccio di case e casali, le impronte che corrispondono, la confessione di Mario Alessi: «Il bambino piangeva...».