Messa all’ora sbagliata, il prete rimborsa i fedeli

da Verona

Una caso da dieci euro è arrivato in Cassazione. E la Suprema corte ha emesso la sentenza: il prete che sbagliò l’orario della messa in suffragio di un defunto, deve rimborsare le offerte dei parenti. Ci sono voluti tre anni e mezzo per mettere un punto alla storia cominciata a Verona, nel luglio 2003 (e raccontata ieri dal quotidiano L’Arena), quando l’avvocato Massimo Veneri e la sorella Margherita chiesero al parroco di San Pietro Apostolo, don Giuseppe Benini, di celebrare una messa in onore del padre. La messa era concordata per il tardo pomeriggio, ma il parroco sbagliò e la celebrò al mattino. I figli, all’oscuro del cambio di orario, non avevano potuto partecipare al rito. Un danno morale secondo i due fratelli che si sono rivolti al giudice di pace di Verona. Sentenza: il sacerdote doveva restituire l’offerta di 10 euro per la messa.
Identico verdetto davanti al Tribunale d’appello. Scontenti, i due fratelli hanno deciso di puntare tutto al ricorso per Cassazione. E a Roma, i giudici si sono riuniti per discutere il caso. La sentenza è arrivata qualche giorno fa, il 27 marzo scorso. Anche in questo caso l’ultimo grado di giudizio ha confermato quanto deciso nei due di gradi di giudizio precedenti: cioè la restituzione dei 10 euro di offerta. I due fratelli, hanno scritto i supremi giudici, «non hanno affermato in ricorso di aver mai prospettato di aver subito un danno patrimoniale ulteriore rispetto alla somma corrisposta al parroco per la messa di suffragio; che non è ravvisabile nella specie la lesione di un diritto fondamentale della persona, comportante la risarcibilità del danno morale allorché non ricorra un’ipotesi di reato».
La sentenza non ha lasciato insensibili i cittadini di Verona, i quali ieri non hanno potuto fare a meno di sorridere di fronte alla storia dei due fratelli e del parroco. Per tutti vale il commento di don Alberto Margoni, direttore del settimanale diocesano Verona fedele: «In presenza di una giustizia dai tempi biblici e perennemente ingolfata, si resta a dir poco perplessi davanti a dei giudici costretti a perdere tempo su una questione che poteva essere risolta con un po’ di buon senso e altrettanta comprensione: anche i preti sbagliano. La messa non implica un rapporto commerciale tra il prete e i fedeli. I dieci euro fissati dalla diocesi sono solo un’offerta, e non una tariffa, che chi incarica il celebrante può anche non versare o versare solo in parte. Inoltre, la messa ha sempre valore comunitario, non è mai la "mia" messa, anche se viene celebrata in suffragio del proprio defunto».