La messa in latino è il dono di Ratzinger per ricordare Wojtyla

Andrea Tornielli

da Roma

L’esistenza del «Motu proprio» di Benedetto XVI che dovrebbe liberalizzare l’antico messale preconciliare, rivelata ieri dal nostro quotidiano è stata confermata anche dal Sir, l’agenzia di stampa dei settimanali cattolici promossa dalla Conferenza episcopale italiana. «La notizia si apprende da autorevoli fonti vaticane - scrive il Sir - che così confermano e precisano alcune notizie di stampa pubblicate». Le «autorevoli fonti» consultate dall’agenzia non hanno però indicato «i tempi dell’uscita». Anche se il testo del documento papale è sostanzialmente pronto, non sarebbe però stato già firmato (in quel caso la promulgazione, infatti, dovrebbe avvenire a giorni).
Il «Motu proprio», un’iniziativa alla quale Papa Ratzinger pensa da tempo, può essere considerato un passo significativo per ricomporre il mini-scisma provocato dal vescovo tradizionalista Marcel Lefebvre, che nel 1988, dopo essere stato sul punto di firmare un accordo con la Santa Sede, decise all’ultimo momento di ritirarsi e consacrò illegittimamente quattro vescovi che avrebbero continuato la sua opera. Quella di un decreto che liberalizzi la vecchia messa preconciliare (un rito che più volte, anche da cardinale, lo stesso Ratzinger ha celebrato) era infatti la prima e più importante delle richieste formulate dalla fraternità lefebvriana San Pio X. Leggere però soltanto in quest’ottica l’iniziativa papale sarebbe riduttivo: con il decreto, infatti, Benedetto XVI intende dare una risposta ai fedeli tradizionalisti già in comunione con Roma e soprattutto dare vera attuazione al desiderio di Giovanni Paolo II. Era stato infatti Papa Wojtyla a concedere nel 1984 un indulto permettendo ai tradizionalisti di usare il messale detto di San Pio V, chiedendo ai vescovi di essere «generosi» nel concedere il rito tridentino ai fedeli che lo avessero chiesto. In realtà le cose sono andate diversamente: in molti casi la Messa antica è stata concessa (anche da porporati considerati «progressisti», come l’allora cardinale Carlo Maria Martini di Milano, il patriarca di Venezia Marco Cè, il vescovo di Stoccarda - oggi cardinale - Walter Kasper), in molti altri no. I richiedenti si sono infatti dovuti scontrare nel rifiuto dei vescovi, disposti magari a destinare una chiesa per le celebrazioni dei fratelli separati ortodossi, ma non a fare altrettanto con i tradizionalisti. Il «Motu proprio» toglierà il potere discrezionale dei vescovi, i quali non potranno di fatto più negare la concessione, ma solo regolare le celebrazioni, che potranno essere direttamente richieste ai sacerdoti.
Il nuovo documento, che dunque dà piena ed efficace attuazione all’indulto di Giovanni Paolo II, non rappresenta affatto un traumatico ritorno al passato né tantomeno una sconfessione del Concilio Vaticano II: riconosce soltanto la piena cittadinanza di una Messa mai abolita, che sarà definita «universale» e «straordinaria» a fianco del rito universale ordinario che è quello romano stabilito dalla riforma liturgica post-conciliare. Proprio ieri è stato reso noto il testo di un’intervista che il Segretario della Congregazione del culto divino, Malcolm Ranjith ha concesso al mensile 30Giorni. Il prelato, stretto collaboratore e amico di Papa Ratzinger, ha rilevato come l’antica Messa «non sia una proprietà privata dei lefebvriani», ma «un tesoro della Chiesa e di tutti noi». Ranjith ha anche dichiarato «in modo inequivocabile» che «la Messa di san Pio V non può essere considerata come abolita».