Messaggio ai guardoni: l’orrore non ha vinto

Natasha, la prigioniera. Wolfgang, prima carceriere e poi suicida. La lettera di lei: sono triste per la sua morte, Wolfgang era parte della mia vita. Sullo sfondo Vienna, ma non il Prater e la Grande Ruota, bensì la quieta (quieta?) periferia, tutta villette a schiera, tutta piccola borghesia.
E poi l’assalto all’arma bianca. Gli psicologi: sindrome di Stoccolma. Tipico. La rapita che s’innamora del suo rapitore. Un prodotto del folklore occidentale. Adesso siamo tutti tranquilli. È una sindrome, no? È tipica, no?
Ma voi - voi tutti, non soltanto gli psicologi - lo sapete davvero, voi, che cos’è una villetta a schiera? Pensate che un secolo e mezzo di letteratura non sia servito a far sorgere, nella coscienza dell’uomo civile, acculturato, medio, il sospetto di non sapere affatto, di non riuscire nemmeno a immaginare cosa possa essere una villetta a schiera?
Sindrome di Stoccolma. Oddio, no. Natasha non sembra esattamente innamorata di Wolfgang. Ha pietà di lui e di sua madre, mentre non prova nessun desiderio di rivedere i propri genitori, di cui peraltro non si parla molto. Qual è l’inferno da cui bisogna partire (perché ci vuole sempre un inferno in questi casi, ossia la sicurezza, la queieta sicurezza di un inferno)? La casa di Wolfgang? O i genitori di Natasha? O le villette a schiera della piccola borghesia viennese?
Dov’è il mostro? Il buonsenso ci dice che è dappertutto, e specialmente dove pensiamo che non ci sia. Il sotterraneo di Wolfgang ci richiama alla mente tanti thriller, ma da quello che si capisce la vita di Natasha nella sua prigione fu più normale. Il suo carceriere era un uomo infelice.
La gente vuole sapere, gli editori sono alle costole della ragazza, sono pronti a sborsare 50mila euro (pochi) per il suo memoriale. Le affiancheranno uno scrittore professionista, che sa dove mettere gli accenti. I diritti televisivi e quelli cinematografici sono già stabiliti, tutta un’industria se ne sta col fiato sospeso, pronta a mettersi in moto (sono soldi, stipendi, famiglie da mantenere) non appena lei deciderà di parlare.
Tutti noi siamo quell’industria. Vogliamo sapere se c’era del sesso tra loro. Che tipo di sesso. Cosa la obbligava a fare. I discorsi deliranti che faceva. I pianti di lei, l’ambiguità di lei, vorrei e non vorrei. La tenerezza e le maledizioni, la ribellione e l’arrendevolezza.
Vogliamo, desideriamo una storia, un romanzo, un film, uno sceneggiato che in realtà conosciamo già. Vogliamo che questa storia vera ci racconti storie immaginate già tante volte.
Perché l’immaginazione può figurarsi tutto, ogni perversione, ogni ambivalenza, ma una cosa le è estranea: la pietà. Perché la pietà accade. Non è una fantasticheria, è una realtà. «È parte della mia vita».
Dopo otto anni di prigionia, dai dieci ai diciotto, tutta un’adolescenza sfumata dentro uno scantinato, consumata in tre metri cubi di aria, dopo tutto questo Natasha riesce a scappare, se ne va (cosa c’entra questo con la sindrome di Stoccolma?), perché nessun orrore - nemmeno quell’orrore che diventa semplice vita quotidiana, cielo bianchiccio, le dalie e le bisberge, giornale, ciabatte, sport in tv, villetta a schiera, déjeuner sur l’herbe, colazione da Tiffany, picnic ad Hanging Rock - nessun orrore ha saputo interrompere il fiume di libertà che sgorgava dal cuore di Natasha.
Un fiume di libertà. Così grande da diventare pietà. Perché la libertà rabbiosa, rivendicativa, la libertà piena di ripicca è una libertà piccola, modesta, mentre quella di Natasha è una libertà grande, capace di pietà per quello che è stato, comunque lo si guardi, un pover’uomo.
Questo deve meravigliarci, perché contiene una notizia importante su di noi, una notizia bellissima. Tutto quell’orrore non l’ha uccisa, non ha saputo recidere quel filo di sanità, quel filo di bene, quel filo di verità che spesso rischia di essere invece tagliato da una vita agiata e mediocre. Noi siamo radicalmente, profondamente, inesorabilmente migliori di come crediamo di essere, migliori dei pasticci nei quali ci buttiamo via di continuo.
La vita rimane, tiene, è potente. Questa è la notizia. Il nostro cuore non è finito nel tritacarne, come vorrebbero i film e come vorrebbero tutti quelli che vorrebbero manipolare l’uomo secondo i propri - talora apparentemente nobili ma in realtà sempre spaventosi - interessi.