Le messe show di quei preti in blue jeans

Marcello D’Orta

Sacerdote: «In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen. Introibo ad altare Dei». Chierichetto: «Ad Deum, qui laetificat iuventutem meam». Iniziava così la messa della mia fanciullezza (fine anni ’50) e il chierichetto ero io, che come tutti quelli della mia età non capiva un’acca di quel che andava ripetendo.
D’altra parte, il latino era storpiato un po’ da tutti, e faccio qualche esempio. Fiat voluntas tua diventava per le donne del popolo «Fiatte volontà stua», Requiem aeternam diventava «Recchia materna», De profundis diventava «Te sprofunni» ecc. A parte il cattivo servizio che si faceva al latino, la messa di quegli anni era la messa che piaceva a Nostro Signore, son certo. Nell’omelia l’officiante non faceva riferimenti politici, vestiva i paramenti sacri, era servito da chierichetti che indossavano un camice, distribuiva le ostie e non le appoggiava nelle mani dei fedeli, era bene attento al comportamento in chiesa dei fedeli e mai avrebbe permesso che qualche donna entrasse con le cosce da fuori o mostrasse seni da Anita Ekberg. Tutto questo è cambiato e io (da ex chierichetto, ex iscritto all’Associazione Cattolica, e prossimo genitore di un sacerdote) sono incazzato nero.
Lasciamo stare la lingua. Il passaggio dal latino all’italiano (avvenuto il 7 marzo 1965) è stato, credo, una cosa giusta. I fedeli ripetevano frasi dal significato misterioso, e qualcuno, a furia di litanie, chinava il capo quasi per sempre; e giusta, credo, è stata la decisione di far rivolgere il volto del prete ai credenti, in luogo delle spalle. Ma per il resto? Ci sono sacerdoti che concelebrano la messa con la faccia truccata da clown, altri che indossano jeans, altri ancora che fanno salire sull’altare prestigiatori, ballerini e burattinai. In Svizzera qualcuno celebra la messa stando disteso su una sdraio, qualcun altro organizza talk-show. Un prete mio amico ha esposto un cartello dove si ammonisce a non fare elemosina al di sotto dei venti centesimi. Due anni fa monsignor Angelo Amato, segretario della Congregazione per la dottrina della fede, ha redatto istruzioni su ciò che si deve e non si deve fare celebrando una funzione religiosa (Redemptionis sacramentum). In sintesi si ricorda ai sacerdoti che la messa non è uno show, e nessuno può stravolgere gli atti liturgici. I riferimenti ai vari Socrate e Gandhi (ma oggi va di moda Terziari) vanno bene (ma poi non del tutto, visto che il primo era un pagano e il secondo credeva alla reincarnazione), a condizione che non si antepongano questi signori a un certo Gesù Cristo.
E che dire delle musiche? Ai miei tempi lo spirito si elevava con le armonie di Bach, Haendel, Schubert, o con i meravigliosi canti gregoriani; oggi gli atti liturgici sono accompagnati da canti che sembrano quelli dei negri raccoglitori di cotone, da musica rap o rock, e manca solo la controfigura di Elvis Presley.
In quanto al modo di presentarsi in chiesa, lasciatemi dire che è una vergogna. Ombelichi da fuori, slip che fuoriescono dai pantaloni, tette che prendono aria. Nei matrimoni, poi, se ne vedono davvero delle belle. Pur di essere ammirate, le parenti dello sposo o della sposa entrano in chiesa con abiti trasparenti (veli), e di recente ho visto un donnone sui cinquant’anni che scopriva un seno all’altezza (alla grandezza) di Pamela Anderson. Il prete l’ha notata, ma è restato zitto.
Benedetto XVI, se sei in ascolto, per carità, batti un colpo!
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